Paolo e i giovani /5

Stefano Tarocchi

(NPG 2009-04-3) 


Espresso con un linguaggio molteplice, che utilizza immagini differenti per esprimere il passaggio dalla morte alla vita, il mistero della Pasqua di Cristo è centrale nella predicazione paolina. Lo esprime l’inno cristologico della lettera ai Filippesi: Gesù Cristo «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,8-9).

«VI HO TRASMESSO QUELLO CHE ANCH’IO HO RICEVUTO...»

Con le parole che l’apostolo Paolo testimonia di aver ricevuto dalla tradizione che lo precede, così consegna alla chiesa di Corinto la certezza della risurrezione del Signore. In esse si evidenzia il mistero pasquale come chiave dell’esistenza cristiana:
«Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1 Cor 15,3-8).
Poco prima aveva scritto agli stessi Corinzi, invitandoli a togliere di mezzo a loro «quel lievito vecchio» che fa fermentare tutta la pasta, ed essere invece «nuova pasta», «senza lievito», dal momento che Cristo ha compiuto il sacrificio che dona la salvezza; infatti: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (1 Cor 5,7).
Paolo fonda sulla certezza di questa verità, che introduce con particolare solennità – «vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto», come anche in 1 Cor 11,23, a proposito della cena eucaristica –, la verità della risurrezione per tutti i credenti.
Cristo è stato messo a morte « a causa dei nostri peccati»,[1] è stato prestabilito da Dio come «propiziatorio [2] per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati» (Rom 3,25).
La tradizione della 1 Corinzi aggiunge inoltre la certezza della sepoltura («fu sepolto»: 1 Cor 15,4). Nel testo questo fatto, espresso con un tempo che esprime l’azione puntuale, si riferisce alla conseguenza temporanea della morte, ma esso diventa anche la metafora della partecipazione del credente alla stessa sorte: «per mezzo del battesimo con-sepolti con lui nella morte» (Rom 6,4).[3]
Su questa verità, di conseguenza, risiede la possibilità dell’annuncio cristiano e quindi della fede, pura e semplice. Anzi, se la risurrezione, e il mistero che la contiene, non sono veri, coloro che vi hanno aderito si trovano in una situazione inferiore a tutti gli altri uomini:
«Se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1 Cor 15,11-19).
La verità è un’altra: la realtà del mistero della Pasqua, confermata dalla morte e dalla risurrezione di Cristo, opera come principio di vita per tutti i credenti in lui. In questa prospettiva Paolo aggiunge:
«Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna, infatti, che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,20-28).
Il testo esprime la realtà di Cristo e il mistero della sua Pasqua di morte e risurrezione in ordine alla sorte della comunità dei credenti. Da un problema specifico, che agita i cristiani di Corinto in ordine al modo della risurrezione dei morti (1 Cor 15,12: «se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?»), Paolo ci rivela la missione unica di Cristo, nella sua signoria universale, che sarà riconsegnata al Padre, da cui l’ha ricevuta: egli, nella sua Pasqua, è diventato «Signore dei vivi e dei morti» (Rom 14,9).
Analogamente, altri testi si esprimono chiamando il Cristo «primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18); oppure specificano che «il Cristo doveva soffrire e che, risuscitato per primo da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e ai pagani» (At 26,23).
Nello stesso libro degli Atti si aggiunge – è Pietro che parla a Gerusalemme –: «avete ucciso l’autore [gr. archegós, lett. «pioniere», «capo», «principe»] della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni» (At 3,15). E ancora: «Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo (archegós) e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati» (At 5,31). Lo stesso linguaggio è utilizzato dalla lettera agli Ebrei, quando scrive che «era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo (archegós) che li ha guidati alla salvezza» (Eb 2,10). In questo testo si evidenzia la funzione di Cristo come colui che, attraverso la sua croce, ha condotto i credenti alla salvezza: Gesù si è mostrato, in sostanza, come colui che ha aperto a tutti la via della salvezza, in ragione del suo «esser stato reso perfetto», cioè consacrato sacerdote nell’atto della sua sofferenza. Per questa ragione Gesù, che nel popolo giudaico non può essere sacerdote, è accreditato come «sommo sacerdote misericordioso e degno di fede» (Eb 2,17). Lo stesso scritto invita i credenti a tenere fisso «lo sguardo su Gesù, principe (archegós) e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio» (Eb 12,2).
Dopo aver certificato la veridicità della risurrezione di Gesù, secondo le Scritture, Paolo la conferma sulla certezza del suo essere vivente, ossia «essersi manifestato» davanti a testimoni: «apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta […] Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me» (1 Cor 15,4.5.6.78).

IL LINGUAGGIO DELLA CROCE

La risurrezione apre la stessa missione apostolica, come Paolo afferma, aprendo il suo primo scritto, la lettera ai Tessalonicesi: «come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti a Dio, allontanandovi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall’ira ventura» (1 Ts 1,9-10).[4] O ancora, nella 2 Timoteo: «Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo» (2 Tim 2,8). Nella parenesi della medesima lettera ai cristiani di Tessalonica, Paolo conclude che, se «noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato» questo mistero opera perché «anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1 Ts 4,14). Questo fa sì che la riflessione sulla Pasqua si apra a considerare la signoria universale del Cristo: «per questo Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rom 14,9).
Sotto un altro profilo, la risurrezione del Signore si trova nella confessione di fede che apre la lettera ai Romani: «riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore» (Rom 1,3-4).
Tuttavia l’apostolo utilizza il linguaggio della croce, come chiave precisa della sua predicazione. Nella corrispondenza con la chiesa di Corinto, Paolo, a riguardo della sua missione, dopo aver annunciato che «noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,23), così precisa:
«Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio … Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor 1,17-18; 2,2).
E ancora, nella lettera ai Galati: «quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). Nella stessa lettera ai Galati, Paolo affermava: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
Dunque, l’esistenza dell’apostolo e della sua missione diventa vera appropriandosi di tutta la verità dell’essere conforme a Cristo e al suo mistero pasquale. Come del resto dice Paolo nella lettera ai cristiani di Filippi: opponendo la conoscenza di Cristo a quanto si è lasciato alle spalle, nella giustizia che deriva dalla fede, l’apostolo aggiunge: «perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3,10-11).
Ne è prova la novità assolutizzante dell’evento della Pasqua, fondata sull’evento della croce, che si esprime nel momento in cui Dio ha mandato il suo Figlio a condividere la fragilità della condizione umana. Nel momento in cui i credenti «con l’aiuto dello Spirito hanno messo a morte le opere del corpo»,[5] hanno raggiunto la vita, che è negata loro se, diversamente, vivono secondo la logica della fragilità umana, la «carne». Essi, «eredi di Dio, e co-eredi di Cristo», «com-partecipano alle sofferenze di Cristo per com-partecipare anche alla sua gloria».[6] Il linguaggio stesso usato da Paolo,[7] qui come altrove, segnala l’intima comunione con Cristo. Così conclude l’apostolo:
«Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8,31-39).
Il mistero pasquale diventa chiave dell’esistenza umana che da esso è stata rinnovata in profondità, in tutte le sue fibre più intime. In tale maniera il discepolo credente, e lo stesso apostolo, sperimentano in se stessi la medesima dinamica di morte e vita, con una accentuazione indubbia su quest’ultima.
Se si nega tale verità in nome della legge (e dei suoi corollari, come la circoncisione), viene annullato «lo scandalo della croce» (Gal 5,11), e proprio da parte di quelli che «vogliono fare bella figura nella carne,[8] vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo» (Gal 6,12) Si tratta di coloro che vengono chiamati «i nemici della croce di Cristo» (Fil 3,18).
Quanto all’apostolo, non esiste per lui altra scelta: «quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). Così la croce della Pasqua è il solo terreno su cui si distende la condizione dell’apostolo, fino ad essere «nuova creatura» (lett. «nuova creazione»: Gal 6,15). La lettera agli Efesini evidenzia questa dinamica nuova nella quale, attraverso la croce, Cristo ha riconciliato l’umanità divisa:
«Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia» (Ef 2,15-16).
Cristo è la pace degli uomini (cf Ef 2,14.17), che realizza attraverso la croce la riconciliazione profonda (cf Col 1,19-20) fra Giudei e Greci. Un muro di divisione è stato abbattuto, una barriera che divideva gli ex-pagani dagli ex-giudei: la stessa legge, «fatta di prescrizioni e di decreti» (v. 15), è stata resa inutile nella carne di Cristo (cf il v. 13: il «sangue»; v. 16: la «croce»), il nuovo motivo per gli uomini di seguire il bene. L’unificazione operata dal Cristo è addirittura la creazione dell’uomo nuovo (v. 15b): non si limita pertanto alla funzione di mediatore della creazione (cf 1 Cor 8,6; Col 1,16), ma è il protagonista della creazione dell’«uomo nuovo» (cf 2 Cor 5,17; Gal 6,15). Nella lettera ai Colossesi, Paolo precisa che il disegno divino prevede di «riconciliare per mezzo di lui a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1,20; cf 2,14).
Il mistero della Pasqua si fonda sulla verità della morte («mentre noi eravamo ancora peccatori [lett. «senza forze»], Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito»: Rom 5,6), così come è testimoniato dalle Scritture.
Tale linguaggio assume altre espressioni. Anzitutto Paolo dice che «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rom 5,8); quindi precisa che «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rom 6,10). Paolo si fa ancora più chiaro, quando esprime che «Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rom 14,9). O, ancora: «noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato» (1 Ts 4,14).

I LINGUAGGI DELLA RISURREZIONE [9]

L’apostolo dice anche che l’evento pasquale manifesta l’azione divina sul Cristo: «Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza» (1 Cor 6,14), e anche: «colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi» (2 Cor 4,14).[10] Con la stessa franchezza si era presentato ai cristiani delle chiese della Galazia come «apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti» (Gal 1,1).
Paolo esprime questo concetto ancora nella lettera ai Romani: «noi… crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,24-25). In questo testo il linguaggio della risurrezione si affina ulteriormente, fino a contenere in due versi contigui un riferimento all’azione divina sul Cristo, attraverso un verbo diretto («ha risuscitato dai morti»: v. 24) e un passivo «teologico» («è stato risuscitato»: v. 25).
In quest’ottica si conclude che Gesù «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi» (2 Cor 13,4). Così noi «sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato con-crocifisso con lui (ancora il vocabolario dell’unione con Cristo!), perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato» (Rom 6,6). Ma Paolo precisa che «egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio» (Rom 6,10).
Se i credenti accetteranno la contraddizione tra la morte e la vita, la sconfitta e la vittoria, anche in loro si manifesterà la medesima condizione che si è presentata nel loro Signore: «portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10). Per questo, se «il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» (1 Cor 15,45). Così Paolo aggiunge:
«Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (1 Cor 15,20-24).
La pienezza di questo mistero opera anche in direzione della comunità, così – scrive ancora Paolo ai Corinzi – che «l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5,14-15).
Un comportamento inadeguato in maniera di cibo non può essere ammesso, se va a minare l’intima indole del credente, nel suo legame alla morte di Cristo: «se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto!» (Rom 14,15); e ancora: «per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! » (1Cor 8,11)».
Questo mistero si estende all’intera comunità dei credenti, tanto che Paolo può scrivere ai cristiani di Roma: «nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rom 14,7-8).

IL CREDENTE ASSOCIATO ALLA MORTE DI CRISTO: IL BATTESIMO

Paolo arriva fino a prospettare davanti a coloro che cercano la giustificazione nella legge l’annientamento della morte di Cristo: «infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano» (Gal 2,21). Ma «se, infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rom 5,10). Paolo esamina in profondità questo concetto, quando delinea il legame fra il primo uomo e l’umanità, e fra quest’ultima e il Cristo:
«se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita» (Rom 5,17-18).
E l’apostolo conclude: «come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rom 5,21).
La dinamica battesimale, nella adesione totale del credente alla morte e alla risurrezione di Cristo, si mostra in tutta la sua complessità come nuova condizione liberante: «se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se foste viventi ancora nel mondo, dei precetti» (Col 2,20).[11] Il credente non è più nella condizione di schiavitù verso gli «elementi»[12] del mondo, da cui lo ha liberato la risurrezione di Cristo: la legge e tutti quegli esseri celesti (Gal 3,9: «divinità»), che pretendono di soggiogare il mondo.
Ne abbiamo piena consapevolezza nella tradizione paolina: «con lui infatti siete stati con-sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati con-risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti» (Col 2,12); «Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,3).
L’uomo rinnovato dal mistero pasquale entra nella prospettiva totalmente nuova dello Spirito e della sua logica di libertà. Così Paolo afferma che «la legge dello Spirito che della vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rom 8,2). Conseguentemente
«se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rom 8,10-11).
Paolo, inoltre, conferma la stretta adesione del credente al mistero della Pasqua. L’apostolo qui usa ancora una volta un linguaggio particolarmente evocativo, che dà la misura della comunione tra il Cristo e ciascun credente:
«per mezzo del battesimo siamo dunque stati con-sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato con-crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche con-vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui» (Rom 6,4-9).
E Paolo conclude sullo stesso Gesù, che «per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rom 6,10-11).[13] E ancora: «offrite voi stessi a Dio come viventi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio» (Rom 6,13).
Dunque se Cristo vive, questa condizione appartiene anche al credente. È ciò che testimonia l’apostolo, quando dice, a proposito della sua condizione: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). E ancora: «mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla legge, per appartenere ad un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio» (Rom 7,4).
Questo naturalmente presuppone l’adesione alla fede; così che Paolo può dire: «se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rom 10,9).

 

NOTE

[1] Cf Is 53,5-6.8-9-12; 1 Pt 2,24; 3,18; Gal 1,4; Eb 1,3; 9,26.28.

[2] Lett. «il coperchio dell’arca», che il sommo sacerdote, nel giorno dell’espiazione asperge il sangue del giovenco (Lv 16,15; 16,11-16; Eb 2,17; 9,5; 1 Gv 2,2; 4,10).

[3] Cf Col 2,12.

[4] Cf 1 Tim 1,10: la grazia che è stata rivelata con «l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo».

[5] Rom 8,13.

[6] Rom 8,17.

[7] Vedi i verbi accompagnati dal prefisso con- (gr: syn-)

[8] Lett. «vogliono mostrare un buon volto», «fare una buona impressione».

[9] R. Penna (I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizio e sviluppi della cristologia neotestamentaria, I, Studi sulla Bibbia e il suo ambiente, Cinisello Balsamo 1996, 190-195) individua tre tipi differenti di linguaggio che fanno riferimento alla risurrezione: 1) ritorno alla vita, sullo schema vita/morte/ricupero della vita (con i verbi «risvegliare» ed «innalzare»; 2) esaltazione, sullo schema del passaggio dalla sfera umana a quella celeste (con i verbi «sovra-esaltare», «glorificare», «salire al cielo», «sedere alla destra di Dio», e l’espressione «il terzo giorno»; 3) vita, in cui il Risorto riceve una condizione nuova, diversa qualitativamente dalla precedente (con i verbi «vivere», «far vivere»).

[10] Cf 1 Ts 1,9-10; Rom 1,3-4; 4,24-25; 6,10; 8,11.

[11] Rom 6,6.

[12] Gal 4,3: «come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?»; cf Gal 4,9; Col 2,8: «Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo».

[13] Cf anche Rom 12,1; 2 Tim 4,1; 2 Cor 5,15.