«Dio ci ha accolti come suoi perché crediamo» (Rm 5,1). Giustificati per la fede

Inserito in NPG annata 2009.


Paolo e i giovani /3

Mario Cimosa

(NPG 2009-02-44)


Oggi quando si parla o si scrive di Paolo si è soliti, mi pare giustamente, qualificarlo come «rabbino cristiano». Non mi pare fuor di luogo se si pensa che nello scrivere le sue lettere Paolo ha usato con maestria tutte le tecniche rabbiniche del suo tempo. Abbiamo un esempio nel brano che vogliamo prendere in considerazione (Rm 5, 1-5), breve ma di grande valore antropologico e cristologico: si riferisce infatti all’uomo e alla sua fede ma anche alla funzione di Gesù come mediatore nella giustificazione che Dio Padre ha concesso all’uomo che gli risponde con fede. Ritengo sia un brano fondamentale per capire che cosa significa essere giustificati per la fede.
Infatti il c. 5 si aggancia direttamente alla confessione cristologica con cui si conclude il c. 4: «Egli (Cristo) è stato messo a morte a causa dei nostri peccati, ma Dio lo ha risuscitato per metterci in rapporto giusto con sé = il quale (Cristo) è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4, 25). Il metodo è tipico dei midrashim omiletici.
Si tratta di piccole omelie-prediche a carattere parenetico. Si parte con il commento a un testo biblico per offrire qualche orientamento per la vita. Si conclude sempre con una conclusione (h.atimâ) che non riprende necessariamente i temi trattati in precedenza ma insiste su aspetti consolatori, di fiducia e di speranza che derivano dai motivi esposti nell’omelia. Però ha sempre a che fare con la condizione personale dell’audience a cui il testo è rivolto (cf G. Stemberger, Il Midrash. Uso rabbinico della Bibbia. Introduzione, testi, commenti, Bologna 1992, p.205).
Il nostro testo appartiene alla prima sezione del c. 5 (Rm 5, 1-11) dove Paolo presenta il valore e l’esito positivo della mediazione esercitata da Cristo, sia nel passato con la sua morte in croce che nel futuro con il suo intervento escatologico.
La seconda parte del capitolo, che non prenderò in considerazione (Rm 5, 12-21), stabilisce un confronto tra Cristo e Adamo per evidenziarne il contrasto sia per la loro antitetica funzione nei confronti dell’umanità, sia per l’opposta condizione dell’uomo in rapporto ad Adamo o a Cristo.

«1 Dio dunque ha accolti come suoi noi che abbiamo creduto. Perciò ora siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.
2 Per mezzo suo possiamo accostarci con la fede a Dio. Ora godiamo della sua bontà, e siamo orgogliosi della nostra speranza: un giorno Dio ci farà partecipare alla sua gloria.
3 Ma c’è di più: nelle sofferenze noi non perdiamo il nostro orgoglio, perché sappiamo che la sofferenza produce perseveranza,
4 la perseveranza ci rende forti nella prova, e questa forza ci apre alla speranza.
5 La speranza poi non porta alla delusione, perché Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato» (Rm 5, 1-5).

[Il testo è quello della Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente, LDC-ABU, Leumann (Torino) 1985. Lo preferiamo per il linguaggio usato e per la sua scorrevolezza].

In Rm 5, 1-2 Paolo con chiarezza pone i termini della tesi che vuole dimostrare: in vista della speranza siamo stati salvati, accentuando il vanto cristiano retto sulla grazia, sulla speranza e sulla partecipazione alla gloria divina, giacché finalmente abbiamo pace con Dio e causa della giustificazione realizzata per mezzo di Cristo (cf A. Pitta, Lettera ai Romani, Paoline, Milano 2001, p. 222).

Accolti come suoi

«Dio dunque ha accolti come suoi noi che abbiamo creduto... (lett. giustificati dunque per la fede)» (v. 1a).

Con questa frase comincia il c. 5 della Lettera ai Romani. Indica da parte dell’Apostolo un cambio di tema e di prospettiva. Paolo ha nei capitoli precedenti della Lettera dimostrato che «questo messaggio (lett. il Vangelo) rivela come Dio, mediante la fede, riabilita gli uomini davanti a sé» (Rm 1, 17) oppure «Dio accoglie come suoi quelli che credono» (Rm 3,28). Ora invece getta il suo sguardo su colui che è stato il destinatario dell’azione salvifica di Dio, l’uomo che è stato riabilitato davanti a Dio, giustificato. Paolo vede questa persona come un uomo «libero», cioè «liberato» da una storia senza senso perché sottomessa, schiava del male e del peccato, e inserito ora in una nuova storia, quella che ha un senso perché porta l’uomo alla più completa liberazione. L’uomo in questa nuova situazione, è una persona giustificata, o se vogliamo, il cristiano ma anche un uomo non ancora completamente salvato ma che ha in sé i germi della salvezza e proteso alla totale libertà.

Però in questo capitolo Paolo prende in considerazione soltanto il cristiano e non chi senza colpa non conosce Cristo. L’Apostolo si chiede se colui che è stato giustificato per la sua fede potrà arrivare fino alla salvezza, oppure anche per lui non c’è speranza di salvarsi e con la morte finisce tutto. La sua domanda si spiega con il fatto che tra l’essere giustificati e la salvezza finale c’è lo spazio di una intera esistenza, di tutta una vita. La risposta all’interrogativo di Paolo si può porre da due punti di vista. Quello del cristiano e quello di Dio. Dal punto di vista del cristiano è possibile immaginare che la salvezza non faccia seguito in modo meccanico alla giustificazione. Non così dal punto di vista di Dio.
Se, come fa Paolo, ci mettiamo anche noi dal punto di vista di Dio e contempliamo da questo punto di vista la realtà, allora constatiamo che i due anelli della catena, giustificazione - salvezza, sono nel piano di Dio una catena indissolubile. Solo l’uomo può spezzarla. Se Dio mi ha giustificato, cioè mi ha accolto come suo, posso essere sicuro che Dio mi concederà anche la salvezza. Questo è quello che significa avere ricevuto il battesimo. Le parole di Paolo nei cc. 5-8 hanno questo scopo: dare al cristiano la certezza assoluta che Dio non inganna mai e nessuno. Il discorso dal punto vista della riflessione teologica non è facile, ma dal punto di vista pastorale riempie di entusiasmo. Ogni cristiano, ognuno di noi, nella realtà della sua vita in Cristo come battezzato (5, 1-11) ha la speranza che diviene certezza della tensione verso la salvezza totale. La conclusione sarà la certezza che nulla, neppure la morte può annullare questa speranza. In tutta la Bibbia queste pagine sono tra le più belle se si guarda e si pensa al dono di Dio. L’unica cosa necessaria è l’impegno che dipende solo da noi, dalla nostra risposta di fede e dalla volontà di trasformare questo mondo in cui viviamo.
In queste pagine abbiamo una catechesi profonda sulla vita cristiana e sul senso dell’impegno del cristiano nel mondo. Ma non è una catechesi per principianti.
A Paolo che ci spiega in questa pagine che cosa è la giustificazione possiamo chiedere: ma che cosa ci ha donato di positivo la giustificazione? La risposta sta nel pensare alla duplice esperienza possibile nella vita di ogni uomo: quella normale, ordinaria, materiale, di ogni giorno e quella di un’esperienza sostenuta dalla fede.

Per mezzo di Gesù

«Perciò ora siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (v.1b).

Per il fatto che «Dio ha accolti come suoi noi che abbiamo creduto» (Rm 5, 1a) è stato completamente distrutto quel grande abisso che ci separava da Lui. Dio è tornato a vivere in noi (cf Rm 3, 23): mentre eravamo «privi della presenza di Dio che salva». Questo indica la parola del greco che c’è nel testo originale e che di solito viene tradotta con «gloria».
Perciò dopo il battesimo, mediante la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, «siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (Rm 5, 1b). La specificazione «per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» mette in evidenza la necessaria mediazione di Gesù Cristo. Sia l’intervento di Dio «che ci ha accolti come suoi (giustificati)» come la nostra risposta nel credere («noi che abbiamo creduto») trovano in Gesù Cristo e non nella legge o nelle opere della legge la ragione di fondo. Ora siamo in pace con Dio.
La prima conseguenza della giustificazione operata da Dio è la pace, espressione della salvezza da Lui comunicata. Indica la nuova condizione in cui ci troviamo rispetto a Dio. È utile evidenziare il contrasto tra questa nuova situazione salvifica di pace e la condizione di coloro che, senza la giustificazione, «… non conoscono la via della pace…» (Rm 3,17).
La pace è una realtà relazionale e suppone uno stato di quiete e di prosperità nei rapporti vicendevoli. Però se il partner del rapporto è Dio, la pace è da intendere come shalom, ossia come il massimo dei beni. Paolo aveva evocato la pace all’inizio della Lettera, più avanti sarà connessa con i valori della vita (8,6), della giustizia e della gioia (14,17; 15, 13) così da dover essere perseguita costantemente (14, 19). La sua connotazione teologica emergerà esplicitamente alla fine, quando Dio sarà definito come «il Dio della pace» (15, 33; 16, 20). Inoltre la pace con Dio esprime qui una condizione stabile di pace e di riconciliazione. Oltre il dono di Dio della giustificazione che viene dall’alto, quello della pace conferisce la dimensione di una relazione che parte dal basso e va verso Dio secondo un rapporto di comunione. La pace è il risultato della giustificazione come direbbe Isaia: «l’effetto della giustizia è la pace» (Is 32, 27).
Noi ora possiamo sperare che per l’amore di Dio che porta a termine l’opera iniziata questa speranza non sia illusoria.

«Per mezzo suo possiamo accostarci con la fede a Dio. Ora godiamo della sua bontà, e siamo orgogliosi della nostra speranza: un giorno Dio ci farà partecipare alla sua gloria» (5, 2).

È sempre attraverso Cristo che noi possiamo «entrare» nella misericordia di Dio, nella sua bontà, nel suo amore che ormai ci avvolge e ci inonda: «Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato» (Rm 5, 5).
«Siamo orgogliosi della nostra speranza». Il nostro vanto è basato anzitutto sulla partecipazione alla grazia di Dio di cui ora godiamo per essere stati giustificati da Lui. E su questa grazia di Dio siamo saldi come Paolo scrive ai Galati: «Per la libertà Cristo ci ha liberati: state dunque saldi e non mettetevi di nuovo sotto un giogo di schiavitù» (Gal 5,1). Qui non si parla di liberazione dalla schiavitù ma di gioia del dono ricevuto perché immersi nella grazia e nella benevolenza di Dio. Bello il commento di S. Tommaso: «Per questa grazia, non solo ci siamo sollevati dai peccati, ma anche stiamo stabili e in piedi, orientati alle cose celesti» (cf R. Penna, Lettera ai Romani, I. Rm 1-5, EDB 2004, p. 424).
Siamo orgogliosi nella speranza, una speranza orientata al godimento pieno della gloria di Dio che sarà il compimento della nostra giustificazione. Noi vinceremo anche la morte e «un giorno Dio ci farà partecipare alla sua gloria» (Rm 5, 2).

La perseveranza nelle prove e la speranza

«3 Ma c’è di più: nelle sofferenze noi non perdiamo il nostro orgoglio, perché sappiamo che la sofferenza produce perseveranza. 4 la perseveranza ci rende forti nella prova, e questa forza ci apre alla speranza » (Rm 5, 3-4).

Impressionante questa espressione: «Ma c’è di più…». Le parole che seguono sembrano in contrasto con quel clima di gioia che si sprigiona dal contesto di questo brano. Paolo è sempre l’uomo concreto, un uomo ancorato nella realtà dei suoi tempi e di sempre. Per Paolo «essere cristiani» significa che «per noi le persecuzioni sono una cosa normale (= nessuno si lasci turbare in queste tribolazioni)» (1Ts 3,3).
A questo punto non possiamo che essere orgogliosi anche nelle tribolazioni che ora sono viste da noi cristiani come ostacoli necessari per raggiungere il traguardo. Le sofferenze sono gli strumenti per l’allenamento che ci permette di rafforzare la nostra fede che resta sempre la nostra collaborazione alla bontà e alla misericordia di Dio che ci ha accolti come giusti e di accrescere la nostra speranza di raggiungere vittoriosamente il traguardo (cf M.Galizzi, Un grido di libertà. Lettera ai Romani, vol. I, LDC, Torino 1976, pp. 73-78). Paolo forse applica qui ai cristiani le attese dell’apocalittica giudaica: le sofferenze dei giusti non sono considerate punizioni divine, ma prove per vagliare la consistenza della loro fede.
Allora da dove proviene la gioia, il vanto, la speranza, la pace? Tutto scaturisce dal saper leggere la storia, la propria storia alla luce della fede. Il vanto di Paolo nelle sue tribolazioni scaturisce dalla sua fiducia e dalla partecipazione alla grazia di Dio e trova riscontro in un’analoga affermazione: «Se è necessario vantarsi, mi vanterò delle mie debolezze» (2Cor 11,30).
L’esperienza quotidiana ci insegna che se vogliamo essere cristiani veri, autentici, se vogliamo vivere secondo il Vangelo dobbiamo andare controcorrente, essere in questo mondo ma non di questo mondo, essere uomini, giovani come tutti gli altri ma come se provenissimo da un altro pianeta. Qualche volta essere anche tenuti a distanza e guardati con disprezzo. Sappiamo che il cristiano non può e non deve mai usare la violenza (cf Mt 5, 38-42). Dobbiamo rispettare tutti e non partecipare allo sfruttamento degli altri, pur vivendo in una società talvolta capitalista e consumista dobbiamo dissociarci da chi lavora perché la società sia tale. Tutt’altro! Dobbiamo impegnarci e lavorare per la giustizia e la fratellanza di tutti, ma soprattutto scegliere i poveri e i diseredati, quelli che tutti rifiutano e disprezzano, essere voce di chi non ha voce.
In tempi come quelli attuali quando dilaga la sensualità e la passionalità, quando i giovani, soprattutto, cercano la felicità e di dare un senso alla propria vita e cercano non l’acqua viva ma «cisterne increspate» (Ger 2, 13), come direbbe il profeta Geremia, noi sappiamo che non è possibile vivere «lasciandosi dominare da indegne passioni, come fanno invece i pagani che non conoscono Dio» (1Ts 4,5). La fede infatti ci insegna che «nel regno di Dio non entreranno gli immorali, gli adoratori di idoli, gli adùlteri, i maniaci sessuali, i ladri, gli invidiosi, gli ubriaconi, i calunniatori, i delinquenti» (1Cor 6, 9-10).

Andare controcorrente

Rompere la nostra solidarietà con questo male che domina il mondo significa essere gente diversa, gente strana, gente in contrasto con la realtà sociale che ci circonda.
La Bibbia chiama «tribolazione», un termine che ho tradotto in modo più semplice con «sofferenza» cioè quell’insieme di lotta, dolore, morte che comporta questo andare controcorrente. Soprattutto in Paolo questo termine, in greco thlîpsis, nella sua etimologia e nell’uso che ne fa Paolo significa non tanto i dolori fisici personali, come le malattie, quanto piuttosto le prove dolorose che provengono dall’esterno, dal suo impegno apostolico a servizio del Vangelo. Un testo parallelo nelle Lettere di Paolo è la sua dichiarazione: «Sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4) (cf R. Penna, Lettera ai Romani, p. 425).
Come oggi, così era anche ai tempi di Paolo. Per l’apostolo essere o diventare cristiani significava «allontanarsi dai falsi dèi per servire il Dio vivo e vero» (1Ts 1,9), e questo implica rottura con la vita di ogni giorno, significa frattura nei propri interessi materiali. Di qui le sofferenze da parte anche degli amici e parenti.
La sofferenza è inerente all’accoglienza del Vangelo, è partecipazione al mistero di morte di Cristo, è memoria e annuncio della Croce. Nelle Lettere di Paolo e in tutta la sua predicazione la sofferenza è sempre vista come qualcosa che completa la sofferenza di Cristo per generare un mondo nuovo.
È chiaro che questa partecipazione alla sofferenza di Cristo nella speranza e nell’impegno di creare un mondo nuovo non basta a capire la gioia cristiana. Quest’ultima si fonda su un’altra, importante verità di fede di cui Paolo ha parlato concludendo il capitolo precedente: «Ecco perché Dio lo considerò giusto. Ma non soltanto per lui, la Bibbia dice che lo considerò giusto, ma anche per noi. Anche noi saremo considerati giusti, perché crediamo in Dio che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore. Egli è stato messo a morte a causa dei nostri peccati, ma Dio lo ha risuscitato per metterci in rapporto giusto con sé» (Rm 4, 22-25). Come dicevo all’inizio e si vede anche qui, sto usando la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente che ci aiuta a capire meglio quella grande verità di cui stiamo parlando e che di solito viene chiamata «giustificazione». Quando si sente il termine giustificazione la prima cosa che viene in mente a molti è quel foglietto, firmato dai genitori, che ciascuno di noi doveva riportare alla maestra una volta tornato a scuola dopo un’assenza. Non potevamo redigere o firmare da soli la nostra giustificazione, anche se a volte, con l’astuzia innocente dei bambini, abbiamo sognato di farlo per evitare un’interrogazione incombente.
Ma che cosa significa tutto questo? Semplicemente che il mondo nuovo o completamente rinnovato e che è iniziato o realizzato con la morte e risurrezione di Cristo con il battesimo si è iniziato anche in noi e tende ad essere completamente realizzato. Nei vv. 3-4 tre parole-chiave sono «sofferenza-tribolazione, perseveranza e speranza».
Della prima abbiamo detto. Con la parola «perseveranza» ho tradotto il termine greco hypomonê che indica la sopportazione, la pazienza e perciò anche la costanza, la tenacia, la fermezza in senso positivo. Si trova spesso, sia nelle Lettere Paoline che nell’Apocalisse e si riferisce alla capacità di resistere nella prova che conduce all’attesa o alla speranza di uscire da una situazione difficile che crea sofferenza.
Per Paolo la perseveranza è una delle virtù fondamentali della vita cristiana, e viene esaltata sempre nei contesti di testimonianza e di persecuzione per la fede.
E infine la speranza arriva come frutto di queste sofferenze, non delude e porta perciò alla gioia.

L’amore di Dio nei cuori

«5 La speranza poi non porta alla delusione, perché Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato» (Rm 1, 5).

Questa speranza è il vero motivo dell’orgoglio cristiano, una speranza che «non porta alla delusione» perché è fondata sul fatto di essere ritenuti giusti da Dio per la fede e che implica una dimensione di solidità che deriva dalla giustizia salvifica di Dio stesso. Quello della speranza che non delude è un motivo che ritorna spesso nei Salmi: «ti chiesero aiuto e li hai liberati, si sono fidati e non sono rimasti delusi» (Sal 22, 6). « Chi spera in te, o Dio, non sarà mai deluso; deluso sarà chi ti abbandona» (Sal 25, 3). « In te, Signore, ho trovato rifugio: fa’ che non resti mai deluso… (Sal 31, 1). Perciò la speranza non delude, non è motivo di disonore o di vergogna, anzi permette di andare con la fronte alta, di potersi vantare: «I vostri volti non saranno sconvolti» (Sal 34, 5). Forse invece di tradurre «la speranza poi non porta alla delusione» oppure «la speranza non delude», come fanno un po’ tutti, sarebbe meglio tradurre: «e la speranza permette di vantarsi» in senso positivo. La relazione tra il vanto e la vergogna è esplicitata bene in 2Cor 7, 14: «con lui io mi ero un po’ vantato di voi, e voi non mi avete deluso…».

«… Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori».

È il «suo», cioè l’amore di Dio che è perciò da intendersi in senso teologico. È l’amore con cui Dio ama noi e non è in questo caso l’amore con cui noi amiamo Dio. Qualcuno fa notare, forse a ragione, che Paolo scrivendo ai Romani in questi versetti fa riferimento alle tre virtù teologali avendo poco prima parlato della speranza e ancora prima della fede. Qui Paolo connette direttamente l’amore di Dio con il dono dello Spirito e poco dopo aggiungerà: «Cristo invece è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama» (Rm 5,8). Su 117 volte in cui ricorre il termine agápe nel NT solo in 14 casi c’è l’esplicita frase «l’amore di Dio» o «del Padre» o «suo» e di queste 5 volte in Paolo. Nel nostro contesto in Rm 5,5.8 e 8,39. Penna riconosce opportunamente, nel nostro contesto, in questa espressione una variante della «giustizia (salvifica) di Dio» in base alla quale il credente viene accolto da Dio come «suo», cioè giustificato. L’iniziativa è sempre di Dio, un amore gratuito e disinteressato. Però mentre il termine «giustizia» esprime un intervento quasi legale, giuridico, il termine «amore» sottintende una dimensione di partecipazione intima e profonda, quasi mistica. Perciò si dice che questo amore è stato messo («riversato») nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato. Paolo qui ci fa capire che l’amore di Dio e lo Spirito sono la stessa cosa. Con il suo amore il Padre ha voluto fare abitare in noi anche il suo Spirito come si dice anche altrove: «… vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi» (Rm 8,9) e «voi sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi» (1Cor 3, 16) (cf R. Penna, Lettera ai Romani, pp. 428-431).
Questa effusione dello Spirito è avvenuta nel passato ma continua a produrre i suoi effetti anche al presente. Luca attualizzando la profezia di Gl 2, 28-32 usa l’espressione «effondere lo Spirito» (At 2,17.18.33) e in Tt 3, 5-6 Paolo dirà: «… Ci ha salvati con lo Spirito Santo in un battesimo che fa risorgere a nuova vita, perché Dio ha sparso abbondantemente su noi lo Spirito Santo per mezzo di Gesù Cristo nostro Salvatore».