«Sono stato afferrato da Cristo»

Inserito in NPG annata 2009.


Paolo e i giovani /2

L’incontro di Paolo con Gesù sulla vita di Damasco

Guido Benzi

(NPG 2009-01-56) 


Certamente uno degli aspetti della personalità di Paolo che sempre ha affascinato i lettori di ogni tempo è il racconto della sua conversione/vocazione avvenuta alle porte della città di Damasco intorno al 34-35d.C. Egli, dopo un incontro straordinario con la persona del Risorto, da zelante e feroce persecutore dei cristiani diviene un seguace dell’insegnamento di Cristo. Paolo, sebbene con pudore, fa riferimento nei suoi scritti [1] a questo momento fondamentale nella sua vita. È da quell’incontro che Paolo matura non solo la sua adesione a Cristo Signore, ma anche la sua vocazione ad essere apostolo evangelizzatore. Per essere fedeli ai testi biblici dobbiamo attentamente distinguere il racconto degli Atti degli Apostoli e le Lettere: infatti queste due fonti vanno attentamente considerate nel loro contesto.

Le Lettere pur essendo una fonte straordinaria [2] non possono essere considerate esaustive: esse sono state scritte solo durante il periodo della sua maturità, non trattano degli ultimi eventi della sua vita, sono scritti maturati per delle occasioni concrete.
Anche il Libro degli Atti degli Apostoli porta notizie sulla vita di Paolo. L’autore degli Atti è stato identificato dalla tradizione in Luca, compagno di Paolo, autore anche del terzo vangelo. Bisogna tener conto che gli Atti sono il secondo volume di una più vasta opera che comprende anche il terzo vangelo, il cui senso finale è mostrare la traiettoria storico-teologica del cristianesimo: da Gesù (il Messia annunciato dalle Scritture dell’Antico Testamento) alla chiesa pagano-cristiana, attraverso la chiesa madre di Gerusalemme, fino a Roma. Paolo è visto in certo modo come l’anello di congiunzione tra la radice ebraica del cristianesimo e il suo sviluppo nel mondo greco-romano: la lettura è chiaramente teologica. Poste queste attenzioni dobbiamo però affermare che questo Libro è molto utile nell’identificazione della vicenda paolina soprattutto in rapporto alla prima Chiesa.[3]

L’incontro di Damasco negli «Atti degli Apostoli»

Negli Atti degli Apostoli il racconto dell’evento di Damasco è presentato per tre volte. Il primo racconto (At 9,1-22) è in terza persona, gli altri due (At 22,3-16; 26,9-18) sono narrazioni di carattere autobiografico che l’autore di Atti mette in bocca a Paolo in due occasioni: la prima è una auto-difesa dinnanzi agli abitanti di Gerusalemme, la seconda è un discorso pronunciato davanti al re Agrippa. Luca ha probabilmente utilizzato una tradizione cristiana che custodiva le memorie storiche della conversione di Paolo. Vi si riporta infatti la località (la via di Damasco), il nome di un cristiano (Anania) che ha battezzato il neoconvertito e il sostanziale svolgimento dei fatti. Vi sono anche delle manifeste diversità nei tre racconti. Pur rispettando la specificità di ciascuna di queste narrazioni, si può osservare che, anche solo con la triplice ripetizione, gli Atti vogliono sottolineare la svolta epocale che l’evento di Damasco ha portato non solo nella vita di Paolo, ma anche nel cristianesimo tutto.[4]
La prima comparsa di Paolo nel libro degli Atti è situata nel momento della lapidazione di Stefano. Qui c’è un giovane, Saulo, ai piedi del quale vengono deposti i mantelli degli uccisori di Stefano (At 7,58). Luca lega inscindibilmente queste due figure: Stefano, un credente di origine ellenistica, la cui vita e morte avvengono a perfetta imitazione di Gesù;[5] e Saulo, un giovane seguace dei farisei. Luca nel capitolo 9 ci presenta Paolo «fremente minaccia e strage contro i servi del Signore» (At 9,1). Questo corrisponde abbastanza alla testimonianza stessa che Paolo ci dà nella lettera ai Filippesi (3,4-6) e ai Galati (1,14): il termine greco zelotês, che Paolo utilizza, esprime l’impegno integrista e fondamentalista dal punto di vista religioso. Il persecutore considera i seguaci di Gesù pericolosi in quanto minacciano l’integrità del popolo di Dio e della fede nella Legge di Mosè.
Possiamo notare che la storia di Paolo comincia con un viaggio, da lui progettato, il cui esito sarà del tutto inatteso e comprensibile solo alla luce del progetto di Dio. Egli si spinge a perseguitare le comunità oltre i confini di Israele per catturare i seguaci di quella dottrina chiamata appunto, «la Via» (At 9,2). Paolo sta seguendo la strada della persecuzione, ma su questa strada avviene la sua esperienza di incontro con il Signore: egli che si è fatto promotore di una certa interpretazione fondamentalista dell’ebraismo, sarà chiamato ad essere Apostolo dei Gentili. L’incontro con il Risorto avviene proprio «in itinere».
Tutti e tre i racconti dell’episodio di Damasco sono concordi nel presentare una teofania o meglio una cristofania, che è riservata al protagonista soltanto e non ai suoi accompagnatori: «... all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’» (At 9,3-4). In tutte e tre le narrazioni si tratta di un intervento improvviso, anzi inaspettato. Le diversità di questo evento, secondo le tre narrazioni, possono disorientare un lettore non esperto. È fortemente necessario richiamare qui una dimensione teologica e simbolica.
La luce ha un posto privilegiato in questo evento, e naturalmente ha un significato di carattere cristologico. Paolo stesso ne parla in 2Cor 4,6: «E Dio che disse: rifulga la luce dalla tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo». I compagni di Paolo non vedono la luce, ma odono la voce del Signore. La narrazione ricorda anche una cecità che si impadronisce di Paolo e che guarirà al momento dell’incontro con Anania. In At 22 invece il racconto serve a sottolineare la missione universalistica che il Cristo affida al neoconvertito. Gli accompagnatori di Paolo non sono direttamente coinvolti nella chiamata: essi «vedono la luce» ma non entrano in contatto con la realtà personale, che ha il volto del Nazareno. In At 26 la luce non avvolge solo Paolo ma «tutti». Si noti il fatto che qui si parlerà di una conversione dei pagani alla luce, dunque è interessante l’anticipo narrativo significato dal fatto che questa luce avvolga i presenti. Questo brano tace sia della guarigione sia di Anania: vi si sottolinea d’altro canto l’investitura divina dell’Apostolo dei pagani: « ai quali ti mando ad aprire loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio» (At 26,17).
Anche il fattore uditivo della voce è importante. La «voce» indica inequivocabilmente un fatto relazionale: essa non è un semplice suono, dietro la voce sta una persona. Mentre in At 9 gli accompagnatori di Paolo «ascoltano, ma non vedono», in At 22 è scritto che i compagni di Paolo «vedono la luce, ma non odono la voce». In At 9 la tensione tra ebraismo e rivelazione cristiana è fortissima. È chiaro che i compagni di Paolo e Paolo stesso sono presentati come difensori della ortodossia ebraica: essi sono «uditori» (si ricordi Dt 6,3: «Ascolta Israele...») ma non possono cogliere la novità del Cristo con gli occhi. Anche Stefano in 7,55 è come Paolo capace di «vedere». In At 22 il contesto è chiaramente differente. Innanzitutto questo racconto fa parte di una autodifesa davanti ai cittadini di Gerusalemme. I suoi compagni, essendo ebrei, sono testimoni dell’evento teofanico (la luce) ma «non udirono», cioè non furono capaci – in completa dissonanza con la prerogativa dell’ebraismo – di ascoltare. In modo simile, anche gli accusatori di Stefano si «turavano le orecchie» (7,57).
In At 26 il contesto della narrazione è più simile al capitolo 22 piuttosto che al capitolo 9, ma con una peculiarità: qui si sottolinea come la voce parli ebraico. Dinanzi al re Agrippa (erede del trono erodiano, benché assai delegittimato dalla sua condotta discutibile dal punto di vista morale nei confronti della sorellastra Berenice)[6] Paolo si presenta come un uomo dichiaramente legato alla rivelazione giudaica (At 26,6).
L’apparizione della luce e l’audizione della voce sono seguite da un dialogo [7] che ha una chiara derivazione da modelli di racconti di vocazione dell’Antico Testamento. Troviamo una domanda simile in tutte e tre le narrazioni, segno di una uniforme tradizione: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Paolo viene chiamato due volte come fa Dio infinite volte nell’AT: «Mosè, Mosè… ».
Alla domanda di identificazione da parte di Saulo «Chi sei, Signore?», sia in At 9 sia in At 26 la voce risponde: «Io sono Gesù che tu perseguiti». In 22 si dice invece «Gesù Nazareno», rafforzando così il legame con la vicenda storica del Cristo. Gesù Nazareno è colui che è morto in croce, colui che è perseguitato da Paolo nei suoi discepoli. La Passione di Gesù si prolunga così nella persecuzione della chiesa.
La voce stessa rianima Paolo: «Orsù, alzati!» e continua: «Entra nella città e ti sarà detto cosa devi fare». Paolo scopre qual è il suo compito, la sua missione, non direttamente da Gesù, ma tramite un altro cristiano nella comunità di Damasco, nella quale entra non più da persecutore, ma da discepolo e dove farà il suo cammino di iniziazione cristiana.[8] È molto importante sottolineare questa «chiamata nella chiesa» di Paolo da parte di Gesù. Entra qui in scena un personaggio che ha grande rilievo: Anania.
Nel secondo racconto è un po’ meno presente e nel terzo sparisce del tutto: «Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: Anania!». Questi risponde: «Eccomi!». C’è una differente risposta tra Paolo e Anania: mentre il primo chiede l’identità del Cristo, il secondo è consapevole di fronte a Chi si trova. Di fronte all’iniziativa di Dio Anania oppone delle difficoltà dove viene riproposta l’immagine di Saulo persecutore: «Anania rispose: Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme». In qualche modo è richiesta anche ad Anania un cambiamento di mentalità, egli non è infatti capace di accogliere Paolo se non per comando di Dio e in ossequio alla sua volontà: Paolo è visto qui uno strumento eletto. Questa immagine biblica è riferita ai profeti e in particolare al Servo del Signore che porta la luce fino ai confini della terra (Is 49,1-6).

La conversione di Paolo nelle sue «Lettere»

Nelle Lettere non è presente un racconto biografico vero e proprio: l’evento di Damasco è inserito da Paolo nei suoi scritti sempre in chiave di rievocazione teologica e personale. Non vi troviamo infatti elementi caratteristici delle narrazioni (quadro storico, particolari, indagine psicologica...), ma piuttosto una attestazione sul ruolo giocato in lui dalla grazia di Cristo, che divenne il motivo radicale del suo impegno cristiano. Come in tutti gli altri passi delle Lettere nei quali Paolo racconta in prima persona la sua vita, il testo è spesso scritto da Paolo con l’intenzione di testimoniare e difendere il suo cambiamento di vita e la sua missione. Nondimeno anche questi brevi versetti sono una testimonianza di incomparabile valore, poiché ci svelano l’identità del nuovo uomo che è diventato Paolo.[9]
Proviamo così a vedere i passi nei quali Paolo accenna alla sua conversione.

1Corinzi 9,1-3
Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore?

Paolo legge l’avvenimento come un incontro esistenziale e vivo con il Cristo risorto. Si è trattato di un’epifania divina (il verbo vedere è particolarmente significativo) che lo ha investito di una carica apostolica: Gesù si è fatto presente nella sua vita e gli ha dato l’incarico di annunciarlo. Egli lo ha visto, riconosciuto in qualità di Signore, cioè nella comprensione del mistero della sua divinità, così che la sua comunità può divenire anzi è sua «opera nel Signore».

1Corinzi 15,3-11
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perchè ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono….

Si può certamente sottolineare [10] l’uso del verbo apparire che indubbiamente sottolinea l’azione del Cristo risorto. Paolo descrive se stesso in questo evento come un «aborto»: da un lato dunque egli si presenta come una vita «non compiuta», una promessa non nata; dall’altro egli trasferisce su quell’evento una forza vivificante (la grazia) che possiede in pieno la forza della rinascita e della risurrezione, argomento cardine (non dimentichiamo) del capitolo 15 di questa lettera. È molto interessante in Paolo questo riandare al tempo della propria nascita per dire la propria chiamata, risalire al tempo di una esperienza della quale non si possiede ricordo, ma che si impone al soggetto per il solo fatto che egli c’è. Il tema dell’aborto, del «non nascere» appartiene alla letteratura profetica. Ne abbiamo un esempio in Geremia 20,14-18 [11] in un brano poetico assai ampio dove il profeta ripercorre la sua vocazione non tacendo le sue difficoltà: «perché [Dio] non mi fece morire nel grembo materno; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre?». In Paolo c’è un vero e proprio ribaltamento di questa prospettiva. Mentre per Geremia la chiamata profetica vissuta nel dolore porta all’impossibile ed estremo desiderio di «essere stato abortito», in Paolo c’è la chiara idea che la sua condizione di persecutore lo poneva in una situazione «morta», rivivificata dalla grazia di Cristo. Si può osservare che non in modo esplicito è qui richiamato l’evento di Damasco. Paolo avrebbe potuto anche solo fare riferimento in modo generico alla sua adesione al cristianesimo o magari (perchè no?) al suo battesimo! Ci sembra però che la difesa che egli fa della sua prerogativa apostolica in rapporto alle apparizioni del Risorto ai Dodici voglia dire qualcosa di più, indichi cioè un evento ben preciso della sua vita.

2 Corinzi 4, 1-10
Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perchè non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo.
Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perchè appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi..

Il brano si colloca chiaramente nel contesto di una autodifesa da parte di Paolo del proprio ministero. Egli si interpreta come un servitore del vangelo, il cui contenuto è Gesù Cristo stesso. Qui Paolo inserisce un’interpretazione di ciò che è successo nella sua vita e che in parte conferma il racconto di Atti: come nel mattino della creazione Dio parlò e creò la luce, così Dio rifulse nel cuore di Paolo e creò per lui un nuovo modo di esistere.
Dove prima era oscurità tenebra e caos, improvvisamente sorse la luce. Questa immagine richiama assai da vicino quella dell’aborto. La chiamata è qui vista come una nuova piccola creazione che non offusca la debolezza della persona, ma che pone un tesoro nella sua povera vita.

Galati 1,11-17
Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani….

Anche scrivendo ai Galati Paolo si difende da quanti lo accusavano di non poter vantare nessuna autorità nella Chiesa. Egli rivendica la sua elezione apostolica come avvenuta direttamente da Gesù Cristo e Dio Padre (si veda anche Gal 1,1): il vangelo a lui non è giunto per mediazione umana (la parola «ricevere» rimanda in greco ad un termine tecnico del greco del Nuovo Testamento per dire la trasmissione della fede: parèlabon).[12] Paolo si definisce «scelto fin dal seno della madre» e «chiamato con la grazia» dal Padre; egli diviene così oggetto di una «rivelazione» del Figlio in vista dell’annunzio ai pagani. Ritorna anche qui il confronto con il profeta Geremia (1,5) e la dimensione, misteriosa e arcana, della formazione del bimbo nel grembo materno: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». Il verbo «rivelare» indica l’accesso ad un mistero divino. Ed è per questo motivo che opteremmo per un significato oggettivo del complemento di specificazione riguardante Gesù: «rivelazione di Gesù Cristo» non significa da parte di..., ma significa proprio che la conoscenza del Figlio è stata rivelata da Dio a Paolo.

Filippesi 3,7-14
Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perchè io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perchè anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Il capitolo 3 della Lettera ai Filippesi è forse il brano autobiografico più esteso di Paolo. Alla fine di esso troviamo questo fugace riferimento alla chiamata di Paolo. L’espressione è fortissima: sono stato conquistato. L’immagine che soggiace è quella di una «presa dall’alto». C’è una radicalità molto forte in questa espressione, e forse c’è tutta la specifica vocazione di Paolo, così come lui stesso la viveva e sentiva, nel profondo della sua vita spirituale.

Una conversione «dentro» una vocazione

Dal nostro esame dei brani in cui Paolo parla della sua conversione emergono tre elementi.
Il primo è il linguaggio allusivo ma nello stesso tempo meditato che Paolo utilizza. In ogni passo si può avvertire una forte consapevolezza di Paolo nel ricordare quanto gli accadde, e nello stesso tempo notiamo l’apertura ad un Mistero che comunque continua ad affascinarlo: il suo essere «afferrato» da Cristo ha avuto un momento ben preciso nella sua storia personale, ma è anche continuato per tutta la sua vita.
Il secondo elemento è il radicamento di Paolo nell’ebraismo, nell’Antico Testamento, che va di pari passo con l’utilizzazione di immagini tratte dalle metafore di «origine» (la gestazione, la creazione...). Questa dimensione dice come Paolo non si sia pensato come uno che ha «lasciato dietro di sé qualcosa», ma come uno che ritiene di aver avuto accesso ad un approfondimento radicale della propria esperienza religiosa, una rivelazione che fa più vero ciò che c’era prima. È questo il tema della scoperta di Cristo come Messia e compimento della salvezza.
Però dobbiamo anche inserire un elemento (il terzo) di radicale novità. Ciò che era stato annunciato è stato superato totalmente dal dono di grazia, tale da rendere Paolo consapevole di essere stato inserito nella stessa vita divina.
Questi tre elementi ci portano a vedere come la definizione di «conversione» per l’evento di Damasco, almeno nel suo significato corrente di passaggio da una fede ad un’altra, sia insufficiente e vada collegata anche con l’idea di «vocazione»: Paolo segue Gesù perché si sente da lui interpellato.
Quale accordo possiamo riscontrare tra gli Atti e le Lettere nella presentazione di questa conversione/vocazione di Paolo? Balza subito agli occhi leggendo 1Cor 15,9 e Gal 1,13 che Paolo ha chiara coscienza di essere stato un persecutore della Chiesa, come narrato in Atti. Anzi vive questa realtà come la prova della sua personale debolezza che però non offusca e non inficia il dono di grazia fattogli da Dio e da Paolo accolto in vista del servizio al vangelo.
Paolo afferma con chiarezza che Cristo gli è apparso e che questo ha portato in lui un cambiamento radicale. Sulla scia della polemica antigiudaica, Paolo esalta la nobiltà della sua origine ebraica, ma la considera incompleta di fronte a Cristo (cf Fil 3, 4b-6. 7-9). Paolo, attraverso l’incontro con il Risorto, è divenuto un altro, Gesù è per lui il metro assoluto dei valori e dell’esistenza (cf Fil 3, 12). L’evento di Damasco ha rivelato a Paolo anche la sua missione.
Ad una lettura attenta emergono però anche alcune chiare differenze tra gli Atti e le Lettere.
Malgrado l’importanza accordatale, Paolo non tematizza e non racconta mai per esteso la sua chiamata. Si vede infatti in Paolo una certa riservatezza nel parlare di eventi straordinari riguardanti la sua persona (cf Gal 1,15; 2Cor 12,1-4). Paolo avrà mai raccontato per esteso il suo incontro con Cristo? Egli dice «ho veduto il Signore».
In Atti la questione non è così chiara, si parla di luce, ma non di una visione ben delineata. Questo obbedisce ad una scelta teologica di Luca:[13] l’apparizione di Damasco non rientra nelle apparizioni pasquali. Per Paolo invece l’incontro fatto con il Risorto è inserito nella serie delle apparizioni pasquali e questo lo annovera nel numero degli apostoli come si è visto in 1Cor 15, 3-9.
Non si tratta di un contrasto insanabile. Anche qui vediamo che alla percezione soggettiva di Paolo circa la sua missione, si contrappone una visione più oggettiva, e teologicamente già codificata in Luca.
C’è una terza questione e non di scarso rilievo. Anche se Paolo non nega il suo legame con la tradizione ecclesiale, egli attesta di aver ricevuto la sua vocazione e il suo vangelo da Dio stesso come dice in Gal 1, anzi, «per rivelazione di Gesù Cristo».
Forse è necessario ribadire cosa vuole dire «rivelazione» per una mentalità semitica. È un disvelamento del nuovo mondo che sostituirà l’attuale dominato dalla morte e dal male.
Paolo con questo afferma che Dio stesso lo ha coinvolto nell’ora decisiva della storia umana, facendogli cogliere l’identità divina di Gesù di Nazareth e dandogli l’incarico di proclamarlo Figlio di Dio di fronte al mondo e per la salvezza del mondo. Non si tratta dunque semplicemente di una dottrina, ma di un vero e proprio svelamento, un vedere la storia e la fede con occhi nuovi.
Possiamo così concludere questa riflessione sull’evento di Damasco riconoscendo che, pur nelle diversità legittime tra i racconti di Atti e la testimonianza di Paolo nelle Lettere, emerge come Paolo abbia ricevuto da Dio in Cristo una chiamata nuova e radicale, in forza della quale è divenuto un Apostolo, cioè un evangelizzatore.

 
NOTE

[1] Si veda 1Cor 9,1-17; 5,8-10; Gal 1,11-24; Fil 3,3-14.

[2] Sette lettere sono unanimemente considerate di Paolo dalla critica. Esse sono la 1ª Tessalonicesi, le 1ª e 2ª Corinzi, Galati, Romani, Filippesi e il breve biglietto a Filemone. Le altre sei lettere, sono considerate lettere pseudoepigrafe. Cf R. Fabris, Per leggere Paolo, Borla, Roma 1993, 5-11; Paolo, San Paolo, Milano 1997, 499-508. Si può vedere anche A. Pitta, Paolo. La vita, le lettere il suo Vangelo, EP, Cinisello Balsamo 1997, 7-9. La «pseudepigrafia» (uno scritto attribuito ad un autore famoso) era molto praticata nel mondo antico, senza che avesse connotazioni di falsità o di reticenza. Ovviamente questo non pone assolutamente in questione l’ispirazione e la sacralità di questi scritti.

[3] Cf. A. Pitta, Paolo. La vita, 8. Ben differente è la posizione di O. Kuss che predilige le Lettere agli Atti: Paolo. La funzione dell’Apostolo nello sviluppo teologico della Chiesa primitiva, EP, Cinisello Balsamo 1974, 25.

[4] Per uno studio approfondito si rimanda a G. Lohfink, La conversione di San Paolo, Paideia, Brescia 1969; cf anche R. Fabris, Paolo, 90-127; G. Benzi, Paolo e il suo vangelo, Queriniana, Brescia 2001.

[5] F. Rossi de Gasperis, Paolo di Tarso evangelo di Gesù, Lipa, Roma 1998, 9.

[6] Cf R. Fabris, Paolo, 464.

[7] G. Lohfink, La conversione di San Paolo, 65-71.

[8] Cf A. Miranda, «La chiamata di Paolo nella comunità cristiana nelle tre narrazioni degli Atti degli Apostoli», in Rivista Biblica, 1998, 61-88.

[9] G. Cirignano – F. Montuschi, La personalità di Paolo. Un approccio psicologico alle lettere paoline, EDB, Bologna 1996, 41-54.

[10] G. Cirignano – F. Montuschi, La personalità di Paolo, 44-46. Non concordiamo con questi autori sulla sottile svalutazione che viene fatta dell’esperienza di Damasco che, comunque, Paolo ha vissuto.

[11] Si veda anche Giobbe 3,3-25;10,18-22. Per una lettura di queste dinamiche vocazionali nei profeti cf P. Bovati, «Così parla il Signore». Studi sul profetismo biblico, EDB, Bologna 2008, 85-86.

[12] Cf l’uso dello stesso verbo in 1Cor 11,23; 15,1.3.

[13] G. Lohfink, La conversione di San Paolo, cit.