Paolo missionario e diffusore del vangelo di Cristo

Inserito in NPG annata 2008.

 

Rinaldo Fabris

(NPG 2008-08-18)


Paolo, nato a Tarso di Cilicia da genitori ebrei nella prima decade dell’era cristiana, dopo l’esperienza dell’incontro-rivelazione di Gesù a Damasco, si dedica per il resto della sua vita alla proclamazione del vangelo di Gesù Cristo nel mondo greco-romano. In una quindicina d’anni egli percorre oltre diecimila chilometri, dall’altopiano della Turchia alle coste dell’Egeo nelle regioni dell’Asia, della Macedonia e della Grecia. Si tratta di viaggi fatti via terra a piedi o noleggiando qualche cavalcatura in compagnia di mercanti lungo le strade dell’impero romano.
Più rapido e meno faticoso è il viaggio per mare su imbarcazioni mercantili che si spostano a ridosso delle coste, con il rischio di qualche improvvisa tempesta che mette a repentaglio la vita dei naviganti.
Nelle sue lettere Paolo si presenta come «apostolo», scelto e inviato da Dio per annunciare il Vangelo del suo Figlio (cf Rm 1,1-2). La massima concentrazione della terminologia «evangelica» si trova nell’epistolario paolino. Con questa terminologia, nell’ambiente di Paolo, ci si riferisce a un lieto annuncio o a una bella notizia come una vittoria militare e sportiva, alla guarigione o a un fatto pubblico favorevole. Paolo si serve di questo lessico per definire l’evento Gesù Cristo come il «Vangelo di Dio» o il «mio Vangelo». Nelle lettere ai Galati e ai Romani egli presenta il Vangelo come rivelazione dell’amore fedele di Dio che in Gesù Cristo crocifisso e risorto libera tutti gli esseri umani dal peccato e dalla morte. L’unica condizione richiesta è la fede in Gesù Cristo che rende possibile un nuovo rapporto con Dio chiamato «giustificazione» o «riconciliazione» (cf Rm 1,16-17).
La radicale gratuità della salvezza, proposta nel Vangelo, sta all’origine della sua universalità. Per Paolo l’incarico di annunciare il Vangelo alle genti coincide con la sua chiamata alla fede cristiana. Dal momento della sua chiamata inizia l’attività di evangelizzatore itinerante nelle regioni orientali dell’impero romano fino agli estremi confini della terra. Sul Vangelo di Gesù Cristo, il crocifisso risuscitato da Dio, si fonda anche il metodo di evangelizzazione di Paolo, che si rende solidale con la condizione di vita dei destinatari del suo annuncio. Nel confronto con alcuni testi dell’epistolario paolino si possono ricostruire il fondamento, il contenuto e il metodo della missione di Paolo al servizio del Vangelo.

«Mi ha chiamato con la sua grazia»

Per fondare la sua legittimità e autorità apostolica Paolo, nella lettera alle chiese della Galazia, traccia una breve autobiografia spirituale che ha al centro la sua investitura come apostolo di Gesù Cristo.
Egli è consapevole di essere stato chiamato per iniziativa gratuita di Dio, dal quale ha ricevuto l’incarico di proclamare il Vangelo alle genti. Perciò non ha bisogno di conferme da parte di quelli che erano apostoli prima di lui a Gerusalemme. Il punto di partenza nella chiamata di Paolo è la grazia Dio, il suo amore gratuito ed efficace, che sta anche alla base della chiamata dei Galati mediante il Vangelo (Gal 1,6). Prima di questa iniziativa gratuita, Paolo era impegnato in un’azione devastatrice della chiesa di Dio, a motivo del suo zelo nel giudaismo per affermare e difendere le tradizioni dei padri (Gal 1,13-14). Quello che agli occhi dei suoi avversari è un motivo per screditare la sua autorità apostolica – il suo ruolo come persecutore della chiesa – a Paolo serve per mettere in risalto la gratuità dell’azione di Dio che lo ha trasformato da militante fanatico del giudaismo in apostolo del Vangelo di Cristo.
Per presentare la sua chiamata come frutto dell’iniziativa di Dio, Paolo si ispira al racconto della chiamata di Geremia e del servo del Signore di cui si parla nel libro di Isaia (Ger 1,5 e Is 49,1). Anch’egli è stato messo da parte fin dal seno di sua madre per un incarico profetico (Gal 1,15). Paolo obbedisce a questa chiamata di Dio che gli ha rivelato il suo Figlio per poterlo annunziare alle genti (Gal 1,16). Dio ha rivelato a Paolo la vera identità di Gesù il crocifisso, che egli considerava un maledetto da Dio (Gal 3,13).
Gesù è il Figlio di Dio che per amore ha affrontato la morte di croce per liberare quelli che stavano sotto la maledizione della legge e strappare tutti gli esseri umani dalla schiavitù del peccato e della morte. In questa nuova prospettiva Paolo scopre anche il nuovo volto di Dio Padre che gratuitamente salva tutti gli uomini mediante la fede in Gesù Cristo.
Sulla base di questa rivelazione divina Paolo scopre anche l’incarico di annunziare il vangelo della salvezza a tutti senza distinzione tra ebrei e greci. Egli ha accolto la chiamata di Dio e senza assecondare «la carne e il sangue» – cioè gli impulsi umani – non si è recato a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di lui. Invece è andato ad annunziare il vangelo ai non ebrei nei dintorni di Damasco.
La regione si chiama «Arabia Petrea», perché è percorsa dalla via commerciale che collega Petra con Damasco. Dopo questo primo tirocinio come evangelizzatore dei non ebrei Paolo ritorna a Damasco (Gal 1,17). Il contenuto del Vangelo di Paolo e l’autorizzazione a proclamarlo a tutti, risalgono alla grazia di Dio che gli rivelato il suo Figlio, Gesù Cristo. In altre parole per Paolo l’origine del Vangelo e la fondazione del suo ruolo di apostolo o «servo di Cristo» coincidono con l’esperienza di Damasco.

Il Vangelo della croce

Nella città di Corinto, dove Paolo annuncia il Vangelo agli inizi degli anni cinquanta, sono sorti diversi gruppi cristiani che vivono con entusiasmo la loro fede in Gesù Cristo Signore.
I cristiani di Corinto, che si riuniscono nelle case per la preghiera e la «cena del Signore», tendono a contrapporsi gli uni agli altri in nome di uno o dell’altro predicatore.
Le divisioni e le tensioni della chiesa di Corinto si possono spiegare nel contesto del «patronato» della società romana. A Corinto i cristiani ricchi mettono a disposizione le loro case per gli incontri della comunità.
Questo fatto favorisce la formazione di una cerchia di amici-clienti. Gli aderenti al gruppo di Apollo e di Paolo tendono a contrapporsi non solo per ragioni dottrinali, ma anche in base all’appartenenza a una o all’altra comunità domestica.
Di fronte al rischio di ridurre il Vangelo a un discorso ideologico in funzione del proprio prestigio – legittimare le divisioni in comunità domestiche con i relativi capiscuola – Paolo afferma che Dio lo ha incaricato di proclamare il Vangelo senza artifici retorici per non svuotarne l’efficacia.
Il contenuto essenziale del Vangelo è l’annuncio di Gesù Cristo crocifisso che rivela la potenza e sapienza di Dio in una forma opposta a quella cercata dagli uomini.
Infatti i Giudei cercano il Dio dei miracoli, i Greci il Dio «logico» o della sapienza. Ma per quelli che accolgono l’annuncio del Vangelo – «i chiamati» – in Gesù Crocifisso si rivela la potenza e la sapienza di Dio nella forma estrema dell’amore gratuito.
Paolo dice espressamente: «Cristo mi ha mandato a proclamare il vangelo non con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo» (1 Cor 1,17). Egli afferma di non volere usare la retorica per annunciare il vangelo, perché la fede dei corinzi non sia fondata sulla persuasione umana, ma sulla potenza di Dio.
In realtà Paolo conosce l’arte retorica e sa parlare e scrivere con efficacia. Ma in sostanza proclama solo Gesù crocifisso perché «la parola della croce per quelli che si perdono è stoltezza, invece per quelli che sono salvi, per noi, è potenza di Dio» (1 Cor 1,18). Paolo non vuole annunciare il Vangelo con l’abbellimento e l’argomentazione retorica, ma nella sua crudezza e nudità, perché non venga svuotata la sua forza salvifica. Non si può mascherare l’efficacia provocatoria, urtante e scandalosa della parola della croce.
Nel mondo greco-romano la morte in croce è qualcosa di talmente orribile, urtante e osceno, che la parola «croce» non deve essere neppure pronunciata. Con una scelta paradossale Paolo pone al centro del Vangelo – il lieto annuncio – la morte di Gesù in croce.

«Noi proclamiamo Cristo crocifisso sapienza e potenza di Dio»

Il Vangelo di Gesù crocifisso è stoltezza, una cosa assurda per quelli che non l’accolgono e si pongono fuori della salvezza. Ma per quelli che l’accolgono è la via di salvezza perché Dio li strappa dalla morte. Paolo mette insieme due realtà contrapposte: sapienza / stoltezza, potenza / debolezza. Affidare il proprio destino a un ebreo crocifisso dai romani, e squalificato da una morte orrenda, è stoltezza e follia. Per quanti sono estranei alla prospettiva della fede il Vangelo è totale impotenza e stoltezza. Ma per quanti l’accolgono e sono candidati alla salvezza per iniziativa di Dio, il Vangelo è sapienza e potenza di Dio. Con questo linguaggio Paolo trascrive con categorie greche il kerygma tradizionale: «Infatti vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto: che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1 Cor 15,3-4). Ai cristiani di Corinto, che si considerano sapienti e potenti secondo il gruppo di appartenenza o il capo carismatico cui fanno riferimento, Paolo dice: non si può utilizzare il Vangelo come strumento di contrapposizione e di potere senza stravolgerne la logica.
Al tempo di Paolo il mondo si divide in due gruppi: da una parte gli ebrei e dall’altra i greci. Scrivendo alla chiesa di Roma, dice: «Il Vangelo è potenza di Dio in favore di ogni credente, del giudeo prima e poi del greco» (cf Rm 1,16). Gli ebrei hanno la Torah, rivelazione divina, gli altri la sapienza filosofica. Nella Scrittura si manifesta il modo di agire di Dio: «Sta scritto infatti: “Disperderò la sapienza dei sapienti e l’intelligenza degli intelligenti annullerò”» (1 Cor 1,19). Dio stravolge e rovescia la logica della sapienza e dell’intelligenza umana. Paolo commenta il testo biblico con una serie di domande: «Dov’è il sapiente? Dov’è l’esperto di Scrittura? Dov’è il disquisitore di questo mondo?» (1 Cor 1,20). Queste tre categorie sono le persone caratterizzate dalla ricerca della sapienza umana. Paolo aggiunge: «Dio non ha forse resa stolta la sapienza di questo mondo? Infatti il mondo con la sua sapienza non ha saputo riconoscere Dio» (1 Cor 1,20-21). Nella ricerca della filosofia il cammino va dalla conoscenza delle cose alle loro cause. Ma il mondo con la sua conoscenza non ha riconosciuto Dio e non gli ha reso culto come Dio. Anzi ha venerato le creature al posto del Creatore. Non si tratta di una conoscenza teorica di Dio, ma della giusta relazione con lui, che consiste nel riconoscerlo come fonte del proprio essere e della vita felice. Paolo conclude dicendo: «Dio nella sua sapienza ha deciso di salvare i credenti mediante l’insensatezza dell’annuncio» (1 Cor 1,21). Annunciare che Dio salva i credenti attraverso un crocifisso ebreo è una cosa folle. Così appare l’annuncio cristiano riguardante Gesù crocifisso.
Al centro del discorso di Paolo sta questa dichiarazione: «E mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e per le genti stoltezza» (1 Cor 1,22-23). Nella prospettiva giudaica il «Messia» è il re che libera il suo popolo eliminando gli avversari. Un Messia crocifisso è un accostamento assurdo e provocatorio. Questo annuncio è un inciampo per il cammino di fede degli Ebrei e una cosa folle per i Greci. I Giudei cercano i segni della potenza di Dio. I Greci cercano la sapienza, il logos, il principio unificante e ordinatore del cosmo. Presentare a questi due mondi culturali un Messia crocifisso è scandalo e follia.
Paolo aggiunge subito: «Ma per quelli che sono stati chiamati, sia Giudei sia Greci, annunciamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 24). I «chiamati» sono quelli che si affidano all’iniziativa di Dio accogliendo il Vangelo. Non importa l’appartenenza etnica. I Giudei non hanno nessun privilegio rispetto ai Greci. Dio, che si manifesta in Cristo crocifisso, mette fuori gioco la ricerca dei Giudei e quella dei Greci. La ricerca umana tende a identificare Dio con il sapere o il potere. Di fronte a questa tentazione idolatrica Gesù crocifisso è l’immagine rovesciata di Dio, un Dio stolto e perdente.
Ma il Cristo crocifisso risuscitato da Dio è potenza e sapienza di Dio. Paolo traduce il termine «risorto» del Vangelo tradizionale con le categorie di potenza e sapienza. Com’è possibile che in una morte infame, com’è la morte in croce, si manifestino la sapienza e la potenza di Dio che salva? Quello che unisce la morte (impotenza e stoltezza) alla risurrezione (sapienza e potenza di Dio), è l’amore. La sapienza e la potenza di Dio che si rivelano nel Cristo crocifisso sono la sapienza e la potenza dell’amore. Gesù Cristo crocifisso e risorto è la rivelazione irreversibile dell’amore di Dio che salva i credenti.

«Non ritenni di conoscere se non Gesù Cristo crocifisso»

Nell’annuncio del Vangelo a Corinto Paolo si ispira alla logica della croce. Egli è appare impotente e stolto: «Anch’io, fratelli, venendo fra voi non venni per annunciarvi il mistero di Dio con sublimità di linguaggio o di sapienza» (1 Cor 2,1). Paolo annuncia il Vangelo – il mistero di Dio, il disegno nascosto, ma ora svelato per mezzo di Gesù Cristo – senza adoperare un linguaggio forbito e neppure le argomentazioni persuasive della retorica.
Egli riassume il contenuto del Vangelo, che determina anche il suo metodo missionario, in questi termini: «Fra voi infatti mi proposi di non sapere nient’altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor 2,2). Ai corinzi Paolo non annuncia solo la morte in croce di Gesù. Quando annuncia la morte di Gesù in croce come rivelazione della potenza e sapienza di Dio – la risurrezione! – Paolo proclama il Vangelo completo.
Nel suo modo di vivere, di parlare e di annunciare il Vangelo egli sceglie di conformarsi e di lasciarsi plasmare dalla logica di Gesù crocifisso: «Dunque io mi presentai a voi nella debolezza, con grande timore e tremore» (1 Cor 2,3). Ritorna la parola «debolezza», associata all’espressione «timore e tremore» che, nel linguaggio biblico, indica l’atteggiamento religioso di chi conosce Dio come unico e di fronte al quale si sente povera creatura. Nella croce di Gesù si manifesta la potenza di Dio rovesciata rispetto al potere e al sapere umano.
Alla logica della croce si conforma anche lo stile dell’annuncio di Paolo: «E il mio linguaggio e il mio annuncio non si basarono su discorsi di sapienza adatti a persuadere, ma su una dimostrazione di Spirito e di potenza» (1 Cor 2,4). Paolo non usa il linguaggio della retorica, ma nell’annunciare il Vangelo si adegua alla logica di Dio, manifestata in Gesù crocifisso, affinché la fede cristiana non sia fondata su argomentazioni umane, ma sull’azione di Dio che, mediante lo Spirito, rivela la sua potenza.
Paolo pone in risalto il rapporto fra Spirito e sapienza. Lo Spirito mette in contatto con la sapienza di Dio, perché solo lo Spirito fa penetrare il mistero di Dio.
Chi accoglie il Vangelo di Gesù crocifisso entra in sintonia col disegno misterioso e sapiente di Dio, manifestato ai credenti per mezzo del suo Spirito. Come nell’esperienza umana l’intimo di ogni persona è accessibile solo al suo spirito, così per capire i doni di Dio, che sono doni dello Spirito, abbiamo bisogno dello Spirito di Dio (cf 1 Cor 2,10-12).

«Mi sono fatto servo di tutti per guadagnare ad ogni costo qualcuno»

Paolo si considera «servo» di Dio e di Cristo e perciò «servitore» anche dei cristiani ai quali propone continuamente il Vangelo. Per amore di Gesù può dichiarare di essere «servo» dei cristiani (2 Cor 4,5). Nella prima Lettera ai Corinzi, dove afferma senza scrupoli il «diritto» dell’apostolo a vivere della sua attività di evangelizzatore, dichiara che nel suo caso non può far valere questo diritto perché l’annuncio del Vangelo per lui è una «necessità». Egli si trova nella condizione di uno «schiavo» che non ha il diritto di reclamare la ricompensa per il suo lavoro (1 Cor 9,1-18).
Paradossalmente Paolo sceglie la condizione di schiavo di tutti, perché, come «apostolo» di Gesù Cristo, è libero da tutti (1 Cor 9,19). Essere «servo» per Paolo significa condividere la condizione dei destinatari del vangelo, sia Giudei, osservanti della legge, sia Greci, estranei alle prescrizioni della legge giudaica. La motivazione profonda di tale scelta paolina deriva dalla prospettiva missionaria: «salvare ad ogni costo qualcuno». Paolo non può fare diversamente perché è in gioco la sua salvezza finale: «Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro» (1 Cor 9,23).
L’impegno missionario per Paolo non è una prestazione di carattere «professionale», ma la sua risposta alla libera iniziativa salvifica di Dio nei suoi confronti. Egli paragona il suo impegno nel proclamare il Vangelo a quello di chi partecipa alle gare sportive, dove la vittoria dipende non solo dal rispetto delle regole del gioco, ma anche dalla forma dell’atleta. Perciò si sottopone ad un duro allenamento spirituale «perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1 Cor 9,27).
Per parlare della sua attività missionaria Paolo ricorre alla categoria del «servizio». Nella prima Lettera ai Corinzi egli affronta il problema del rapporto tra la comunità e i predicatori del Vangelo. Di fronte al rischio dell’infatuazione dei cristiani di Corinto per l’uno o per l’altro dei predicatori, l’apostolo richiama qual è il loro statuto: «Sono servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso» (1 Cor 3,5). Non importa qual è il ruolo del singolo predicatore per la nascita e la crescita della chiesa. Essi sono come braccianti nel campo di Dio e operai nell’impresa che appartiene a Dio (1 Cor 3,9). A cristiani di Corinto chiede di considerare i predicatori del vangelo hyperhétai, «dipendenti» di Cristo, e oikónomoi, «amministratori» dei misteri di Dio (1 Cor 4,1). Accanto alla categoria del servizio Paolo sceglie il lessico e le immagini del «lavoro». Chiama i proclamatori itineranti del Vangelo «operai» (2 Cor 11,23; Fil 3,2). Essi lavorano insieme come un gruppo o una squadra affiatata al servizio di Dio.

La corsa del Vangelo

Per caratterizzare il suo servizio al Vangelo Paolo ricorre alle immagini dell’attività sportiva. Si paragona all’atleta che corre diritto verso la meta per ottenere la vittoria (1 Cor 9,24). Ai cristiani della Galazia scrive che si è preoccupato di confrontare il suo metodo missionario con responsabili della chiesa di Gerusalemme per non trovarsi nel rischio di «correre o di aver corso invano» (Gal 2,2). Con lo stesso linguaggio, associato a quello del «lavoro», si esprime nella Lettera ai Filippesi (Fil 2,16). La vita di Paolo, dopo l’esperienza di Damasco, è una «corsa» per il vangelo. Alla fine l’arresto a Gerusalemme e la detenzione in attesa del processo fermano la sua «corsa» per proclamare il Vangelo. L’immagine di Paolo che corre sulle vie dell’impero romano per annunciare il Vangelo di Gesù Cristo si trova nella seconda Lettera a Timoteo, in una specie di testamento spirituale: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Come un atleta, qualificato per la prova finale, Paolo attende di ricevere la «corona di giustizia», promessa dal Signore fedele.
Nella Lettera ai Romani, scritta a Corinto nei mesi invernali che precedono il suo ultimo viaggio a Gerusalemme – alla fine degli anni cinquanta – Paolo fa un bilancio della sua attività al servizio del Vangelo: «Così da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria, ho portato a termine (la predicazione del) Vangelo di Cristo» (Rm 15,19). Pensa di avere esaurito il suo impegno nelle regioni orientali dell’impero e progetta una campagna missionaria in occidente, in Spagna. Paolo è un pioniere del Vangelo, in quanto ne porta l’annuncio dove non è ancora giunto il nome di Cristo, individuando i punti strategici per la sua diffusione nelle regioni circostanti.

Conclusioni

Con la sua personalità e il suo ruolo di apostolo. proclamatore del Vangelo di Dio, Paolo segna la storia delle origini cristiane. La proclamazione del Vangelo di Gesù Cristo sta alla base della nascita e della crescita della prime comunità cristiane nelle città dell’impero romano. Il confronto con la figura e l’attività di Paolo apostolo, attraverso le sue lettere, fa riscoprire le radici, lo statuto e il metodo della missione cristiana grazie alla diffusione del Vangelo di Dio.
La sfida attuale per i cristiani e le chiese della tradizione occidentale è la proclamazione fedele ed efficace del Vangelo di Dio in un contesto culturale segnato dalla tensione tra la ricerca della sicurezza e la paura di perdere le ricchezze e i privilegi acquisiti. Il confronto con la testimonianza di Paolo, che sta al servizio del vangelo Dio, è uno stimolo a ripensare lo stile della missione e della proclamazione del Vangelo.
L’efficacia della comunicazione di Paolo non dipende da un metodo o da una tecnica di comunicazione, ma dalla forza del Vangelo di Dio proclamato nella sua integrità. Agli uomini e alle donne del suo tempo Paolo si presenta come l’icona di Gesù Cristo crocifisso, in cui si rivela e si rende presente l’amore irreversibile di Dio. Nel suo impegno a servizio del Vangelo di Dio, l’apostolo dichiara di essere disposto a dare la vita per gli ascoltatori del Vangelo. Più volte, nel suo dialogo epistolare con le comunità cristiane, Paolo ricorre alla figura del padre e della madre per esprimere il suo profondo coinvolgimento affettivo con i destinatari del suo annuncio.
La novità del Vangelo proclamato da Paolo è la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo crocifisso e risorto. L’accoglienza del Vangelo cambia l’orizzonte della vita delle persone, perché l’amore, che abbraccia Dio e il prossimo, non è solo comandato o proposto, ma donato come risorsa fondamentale della vita e dell’essere umano nel mondo, solidale con gli altri esseri viventi. La via dell’amore diventa anche il percorso per incontrare Dio e attuare la realizzazione della persona in relazioni giuste e felici, come anticipazione della vita piena e definitiva con Dio.
Agli ascoltatori del Vangelo di Dio Paolo fa riscoprire la libertà, fondata e radicata nell’iniziativa gratuita dell’amore di Dio in Gesù Cristo e nell’azione interiore dello Spirito santo. Egli invita i cristiani a vivere la libertà non solo come superamento di ogni forma di schiavitù, ma come esperienza positiva nel contesto dello scambio reciproco dei doni di Dio.
Da qui trae nuovo impulso la missione cristiana come diffusione del Vangelo di Dio. Solo persone che amano Gesù Cristo Signore, il crocifisso risorto, che rivela il volto di Dio, possono proclamare e testimoniare con passione ed entusiasmo il Vangelo di Gesù Cristo come gioioso annuncio di salvezza per tutti gli esseri umani. Solo persone e comunità libere dalla paura – che si alimenta con il peccato/morte – possono mettersi al servizio del Vangelo nella condivisione della vita dei destinatari dell’annuncio cristiano.

Bibliografia essenziale

* Barbaglio G., La teologia di Paolo. Abbozzi in forma epistolare (La Bibbia nella storia 9), Dehoniane, Bologna 1999.
* Id., Il pensare di Paolo (La Bibbia nella storia, 9bis), Dehoniane, Bologna 2004.
* Fabris R., Paolo di Tarso, Paoline, Milano 2008.
* Id., Lettere di Paolo, Istituto San Gaetano, Vicenza 2003.
* Fabris R. – Romanello S., Introduzione alla lettura di Paolo, Borla, Roma 2006.
* Tutto per il Vangelo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2008.
* Murphy-O’Connor, Vita di Paolo, Paideia, Brescia 2003 (or. inglese).