Paolo, pastore delle comunità

Inserito in NPG annata 2008.



Un vero e proprio metodo pastorale

Giovanni Giavini

(NPG 2008-08-12)


Una premessa e una dichiarazione

San Paolo e i giovani d’oggi? Che binomio! Uno lo conosco bene per averlo studiato e insegnato per circa 50 anni, l’altro invece molto meno e me ne dispiaccio. Qualche esperienza comunque l’ho: leggendo e spiegando Paolo agli adulti e in corsi di scuola di teologia anche a ormai tanti giovani e ragazze, ho costatato quanto quell’apostolo li affascini, nonostante le difficoltà del suo linguaggio e del suo vulcanico pensiero. Incoraggiato da queste esperienze, tento di illustrare anche qui il suo «cuore» e in particolare il suo metodo educativo e pastorale. Ovviamente ripeterò punti già toccati o sviluppati dagli altri due articoli che compongono questo dossier.

Un «forte» per noi moderni «deboli»

Non so se i giovani d’oggi (tutti?) si collochino tra i «forti» o tra i «deboli» circa il possesso di verità, certezze, progetti, speranze. Certo la società in cui essi e noi viviamo si può dire «debole» (qualcuno preferisce definirla «liquida», solcata da continue onde contrastanti e senza mai una terra sotto i piedi): pensieri, progetti, speranze, certezze sono in gran parte «deboli» o almeno si dichiarano tali (a volte infatti i discorsi «deboli» sono di una durezza dogmatica inaspettabile!). Un esempio di debolezza, che tocca da vicino e drammaticamente giovani e ragazze: il tema dell’amore e realtà connesse: quanto c’è di forte nella parola «amore»? Quanto è forte il «sì ti amo»? Quanti sogni e storie d’amore durano una vita, anzi una primavera? Quanta fiducia puoi dare a quel «sì ti amo»? Quanto differisce da un semplice «mi piaci e ti voglio a mio servizio»? O almeno quanto c’è di amore vero e quanto di gioco e di menzognero egoismo?...
Un altro grave esempio: a volte per convinzione approfondita o per tragedie personali o sociali (l’eterno problema del male!), a volte con superficialità o per interesse o indifferentismo, a volte per la paura di cadere poi nell’intolleranza e nel disprezzo verso altri, si strombazza da più parti che le religioni sono tutte ugualmente deboli, nessuna è più forte, più sicura, più vera di altre, cristianesimo compreso; quindi la fede cristiana resterebbe gravemente indebolita, in stato precomatoso. Similmente: nella stessa Chiesa cattolica non si rincorrono tante opinioni diverse di teologi, biblisti, moralisti? Dopo il concilio quanti cambiamenti, anche giusti e necessari, di mentalità e di prassi, per non parlare di tanti abbandoni della pratica religiosa se non addirittura della fede! E lasciamo perdere altri esempi analoghi, come le promesse fallaci dei politici e di tanti adulti, genitori e clero compreso, purtroppo. Tutto ciò mina alla base ogni fiducia.
Senza precipitare nel pessimismo e in un giudizio universale, però quella debolezza si può dire diffusa oggi. E se essa si incontra con un «fortissimo» come Paolo? Probabilmente avviene uno scontro, vi si infrange e magari si rianima, trova qualcosa e qualcuno capace di ricostruire frammenti e cocci: quelli di un povero uomo, anche del cristiano, della Chiesa, della loro fede più o meno dubbiosa o malata, in ricerca ansiosa anche di scelte educative e pastorali. Perché fortissimo quel Paolo di Tarso? E quali conseguenze dalla sua forza?
A parte il suo linguaggio un po’ ostico: pazienza e una buona guida possono aiutare ad ascoltarlo, ne vale la pena davvero. Del resto anch’egli agiva e parlava in un mondo molto simile al nostro: anche allora la religione tradizionale greco-romana era in grave crisi, mal compensata dalla fortuna di recenti religioni orientali (specialmente di quelle «misteriche», ma anche di quella ebraica, diversa dalle altre e già diffusa, pur con varie sfaccettature, mediante la diaspora); ciò provocava un conseguente pluralismo e scetticismo; l’etica pubblica e privata, specialmente in grandi città, brillava per la sua decadenza, nonostante i tentativi moralizzatori di maestri o di imperatori come Cesare Augusto.

San Paolo e la sua identità

Pur semplificando, ma non troppo, la sua identità, tentiamone una descrizione, sfruttando elementi disseminati nel libro degli Atti degli Apostoli e nelle lettere paoline. [1]
La sua vita e la sua predicazione erano illuminate e sostenute dal Signore Gesù e dal suo Spirito, di cui più volte è rimarcata l’iniziativa di grazia. A questi egli rivolgeva tutto il suo cuore, la sua preghiera di adorazione, di ringraziamento, di invocazione, la sua dedizione, pronto anche a morirne, sia pur difendendo la sua dignità di cittadino romano oltre che di ebreo doc. Il Signore a sua volta lo favorì di doni dello Spirito, compreso quello di operare miracoli di tanto in tanto, che tuttavia, dovendo anche fare i conti con il cuore degli ascoltatori, non liberarono affatto Paolo da opposizioni, insuccessi, sofferenze anche pesanti fisiche e morali (un caso tra tanti: la delusione di Atene in At 17).
Quel Gesù che Paolo amava e serviva era il Signore delle chiese, della Chiesa; ne scaturì lo zelo appassionato dell’apostolo per le comunità cristiane, testimoniato, se non altro, dai suoi viaggi (quante migliaia di km a piedi, a cavallo, per nave?), allo scopo di annunciare, verificare, confermare, incoraggiare, organizzare; mirabile anche il suo distacco da beni economici, dal profitto personale, benché accettasse gli aiuti provenienti da amici e comunità che l’amavano (v. Fil 4, 10ss).
Questo amore per le chiese, arricchito dai suoi carismi personali di predicatore e di ermeneuta della Parola, lo portò a preferire decisamente l’evangelizzazione all’amministrazione dei sacramenti e al settore dei riti cristiani, lasciati piuttosto ad altri. È un fatto che sia in Atti sia nelle lettere troviamo scarso interesse per tali settori della vita della Chiesa; significativo il brano di 1 Cor 1,13-17: «Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a predicare il Vangelo», il vangelo «folle e scandaloso» del crocifisso-risorto-signore-salvatore. Se gli chiedessimo quante volte abbia battezzato o celebrato lo «spezzar del Pane», avremmo certamente una risposta alquanto sorprendente. Pur senza ignorare specialmente l’importanza dell’assemblea ecclesiale del «fate questo in memoria di Me» (1 Cor 11, 17ss).

Domanda: ai giovani piacciono le nostre liturgie? I sacramenti li interessano? Sì, no, in parte, talvolta come nelle GMG… Perché? Che cosa vorrebbero dalle loro chiese? Magari una guida per saper distinguere le forme esteriori dall’essenziale? Paolo non potrebbe fare da guida?... A quali condizioni? Con quali attenzioni e metodi?... Con «quali» giovani?

Per il Crocifisso risorto e per le Chiese

Già descrivendone l’identità risultavano alcune linee del metodo apostolico ed educativo di Paolo, ma ne possiamo individuare altre.
La sua predicazione comprende tre diverse fasi:
– Una preevangelizzazione varia e circostanziata, a secondo dei destinatari: cf i discorsi con Giudei della diaspora, con abbondanti citazioni dell’Antico Testamento (At 13, 13ss); quello agli ateniesi, con allusioni alla loro cultura (At 17, 22ss); quelli ad autorità pagane o giudaiche, adatti alle circostanze (At 22-26).
– L’annuncio deciso del kerygma pasquale e fondamentale, centrato non sull’esistenza di Dio o sulla morale o altro ma su quel Crocifisso, «maledetto» secondo la Toràh ma risuscitato dal Padre e diventato Signore e salvatore per tutti, e sulle immediate sue conseguenze, come la speranza di vincere anche la morte e la potenza del peccato (cf tutte le lettere). In quel kerygma, che prima aveva combattuto con tutte le sue forze e convinzioni di ebreo in adorazione della divina Toràh, Paolo vedeva ora qualcosa di assolutamente forte, unico, vero, salvifico per tutti. L’idea che quel crocifisso-Signore si potesse mettere sullo stesso piano o al di sotto di Mosè e della Toràh o di qualsiasi altra divinità non lo sfiorava affatto; quel kerygma egli proclamava dappertutto e per esso era pronto a pagare di persona e anche a morire. D’altra parte quella era e divenne sempre più, anche per merito suo, la convinzione, la fede e la predicazione della Chiesa primitiva. Fede e predicazione erano dunque in fortissima controtendenza con religioni e mentalità dell’epoca!
Eppure aperte a tutti i «poveri in spirito e puri di cuore» (Mt 5), ad ogni cuore sinceramente aperto al Dio vivo e vero, a ogni cuore umile e in ricerca fiduciosa dell’Altro, pur chiamandolo con nomi differenti (cf Rom 1,20-23; 2, 14s; Eb 11,6). Quel Gesù infatti «mi amò e diede se stesso per me», anzi morì « per tutti» (Gal 2,20; 2 Cor 5,14s; Col 1, 13-20).
– Uno sviluppo sia dottrinale sia morale del kerygma, ossia noi diremmo una «catechesi». Su quest’ultima Atti è molto scarso, probabilmente perché Luca, l’autore, volle rimarcare l’importanza fondamentale del kerygma, tanto cara anche al Paolo delle lettere. Invece in queste tale catechesi, benché a volte in modo ancora embrionale e non sempre per noi chiaramente armonica, abbonda e riguarda: cristologia, grazia e Spirito Santo, ecclesiologia, escatologia, rapporto tra fede e opere (problema della «giustificazione»), morale dell’amore come quello di Gesù, sacramenti, rapporti in casa tra sposi o tra genitori e figli o tra padroni e schiavi, rapporti con il mondo giudaico e la sua Toràh e con quello greco-romano, problemi concretissimi come la circoncisione dei maschi o la colletta per la chiesa povera di Gerusalemme o il comportamento delle donne nell’assemblea ecclesiale o il poter mangiare bistecche di animali immolati a Zeus o ad Apollo o a qualsiasi idolo, o la raccomandazione a Timoteo di non bere solo acqua ma anche del buon vino, ecc.

Domanda: alla nostra fede «debole» e a una morale spesso troppo «naturale» e «legalistica» o senza un centro o astratta o individualistica, che cosa suggeriscono la fede e la carità paoline? Specialmente a un giovane?... Gesù, la sua Chiesa e la morale non possono essere separati, ma certo vanno anche distinti: a quali obiettivi bisognerà indirizzare i giovani e partendo da quali basi?... Il cammino potrà comprendere gradualità, creatività, pur senza perdere di vista l’essenziale?... Si può ipotizzare un percorso educativo per loro?...

In cammino insieme

L’attaccamento alla Chiesa porta Paolo a cercare il confronto con altri «fratelli»: Barnaba, Pietro, Giovanni, Giacomo e i vari interlocutori al concilio di Gerusalemme (Gal 1; At 15), Filippo, Agabo, amici e collaboratori come Aquila e Priscilla o quegli altri che lo sconsigliavano di recarsi in teatro a Efeso (At 19, 28ss) o di proseguire per la fatal Gerusalemme (At 21). Degli scontri con i fanatici della circoncisione e con Pietro stesso (Gal 2) il libro degli Atti sostanzialmente tace; anzi qui Luca, con la struttura datagli, sviluppa l’intreccio delle attività di Pietro con quelle di Paolo, per mostrarne la sostanziale concordia pur nelle divergenze di un certo pluralismo d’azione pastorale; invece le lettere abbondano su scontri e pluralismo, sull’in¬con¬tro/¬scon¬tro tra Toràh e Vangelo e tra la chiesa giudeo-cristiana e quella etnico-cristiana (cf Gal; Rom; Ef; Eb).
Paolo, partito come collaboratore di Barnaba, a sua volta ha e cerca collaboratori, di alcuni dei quali conosciamo il nome: i presbiteri delle comunità, Timoteo e Tito, Sila, Luca stesso, la coppia Aquila e Priscilla, Lidia di Filippi e altri e altre. Epistole come quelle ai cari Filippesi (2,19ss), ai Romani (cap. 16), a Timoteo e Tito (dipendenti forse direttamente da qualche discepolo dell’Apostolo) dimostrano chiaramente quanta attenzione e stima riservasse Paolo ai suoi collaboratori e collaboratrici e per i responsabili delle singole comunità: segno di un animo fine e intelligente.

Domanda: anche giganti come Paolo hanno bisogno degli altri ed è bello camminare insieme. Si è parlato e si parla molto di amicizia, comunità, comunione, gruppo, relazione dentro e fuori delle chiese: parole o verità?... Quanta coscienza abbiamo dello «specifico» di una comunità cristiana o di un gruppo ecclesiale?... Anche noi preti ed educatori sappiamo davvero comunicare insieme e liberi da schemi troppo «nostri»?

Con le donne e con il mondo

Con le donne egli ebbe, a quanto pare, ampia e cordiale accoglienza reciproca (v. Rom 16). Nonostante certe sue battute maschiliste – dovute alla sua formazione rabbinica, all’ambiente sociale, alla preoccupazione di non dare scandali inutili a giudei e pagani (v. 1 Cor 11,1-16; 14,34s) – esse intuivano nel suo evangelo («in Cristo non conta più nemmeno l’essere maschio o femmina»: Gal 3, 24ss) una carica liberatrice formidabile anche per loro; a volte però Paolo trovò anche in loro freddezza e opposizione: ricordiamo qui le «donne di alto rango» di At 13,50, la serva indovina a Filippi (At 16, 16ss), le intriganti e indecise Drusilla e Berenice di At 24, 24ss e 25, 13ss. Aveva con sé Paolo una donna o la moglie (se era stato sposato, come normalmente i rabbini del suo tempo), come avveniva per altri apostoli, Cefa compreso (1 Cor 9,5)? Non sembra proprio, anche perché sarebbe stato assai difficile, per allora almeno, seguire un… giramondo come lui.
Nel suo mondo giudaico o pagano san Paolo sta proprio «dentro», non fugge, caso mai ne viene cacciato. È dentro le strutture di allora: tempio e sinagoghe, usanze e leggi ebraiche o ellenistico-romane, sinedrio e tribunali, strade e porti, navi (anche se portavano le insegne dei divini Dioscuri), case, piazze e areòpaghi, assemblee e purtroppo anche prigioni, piccoli villaggi e grandi città, Anzi, a differenza di Gesù, Paolo preferiva le grandi città specialmente portuali: Tessalonica, Corinto, Efeso, ma anche Atene e Roma; forse ciò esprime una sua strategia pastorale: se in quelle fosse sorta una chiesa, questa sarebbe diventata facilmente centro di irradiazione nella sua regione e anche lontano (così capitò per la comunità di Tessalonica: 1 Tess 1, 8ss).
Dentro la società e aperto a persone d’ogni tipo, adattandosi alle loro culture e ai loro linguaggi (favorito anche dal carisma delle lingue, benché non lo sappiamo descrivere: 1 Cor 14, 18), alla loro mentalità e ai loro bisogni: è il metodo della libertà da propri interessi e diritti e dell’adattamento e dell’inculturazione (1 Cor 9): giudeo con i Giudei, nazireo con i nazirei, greco con i Greci, romano con i Romani, rispettoso di autorità, compagno premuroso di naviganti in pericolo di naufragio, pastore paterno e materno con i presbiteri. Ne sono segno anche sia l’aver fatto circoncidere Timoteo per favorirgli il contatto con i Giudei della diaspora (At 16, 1-5), sia i diversi tipi di discorso a seconda dei destinatari. Sempre però a servizio del kerygma, dell’Evangelo del suo Signore, per il quale era disposto anche a… litigare, oltre che a morire, qualora fosse stato necessario.

Domanda: un affascinante tema moderna è il rapporto Chiesa-mondo, fede-scienza, verità-culture, Vangelo-politica; esso coinvolge anche i giovani? Se sì, san Paolo può indicarci la pista non solo politically correct?...
Paolo: una peste o una manna?

Durante la sua vita incontrò anche diffidenze e paure nella stessa Chiesa apostolica e, durante un processo davanti a Giudei e autorità pagane, un avvocato lo definì una «peste» (At 24,5); nella storia successiva delle Chiese non godette sempre di ascolto attento (a volte il suo messaggio venne annacquato per renderlo meno polemico contro la legge divino-mosaica); Lutero ne fece una bandiera per la sua lotta contro il vero o presunto legalismo romano; la controriforma cattolica e la pastorale conseguente lo mise in seconda o terza linea; oggi, in un clima di maggior dialogo ecumenico e di più ricco ascolto della Parola di Dio, Paolo è ridiventato oggetto di profondi studi e di maggior ascolto nelle Chiese.
Il card. Martini disse che S. Paolo sarà forse una voce forte per il terzo millennio.
Per ora stiamo a vedere. Certo merita di essere letto e meditato, gustandolo come una forte manna per la nostra società «debole» ma in cerca di speranza solida e affidabile.

Domanda: anche per i giovani varranno queste prospettive?


NOTE

[1] Si suppone una buona conoscenza dell’apostolo Paolo, della sua vita e delle sue lettere. È ben nota la loro difficoltà, ma la loro ricchezza invita ad affrontarla: con interesse, buona volontà, preghiera e sana ermeneutica, e qualche guida. Tra le guide popolari all’una e alle altre mi permetto di segnalare le mie due operette: Verso San Paolo (introduzione e sintesi della sua vita e delle sue lettere) e San Paolo: una peste? (Paolo nel libro degli Atti), ambedue della Elledici. In uscita poi da Elledici, a cura di Cesare Bissoli, un volumetto del SAB nazionale.