Paolo, la storia di un credente

Inserito in NPG annata 2008.

 

Gianmarco Paris - Giuseppe Pulcinelli

(NPG 2008-08-5) 


Un’abbondanza di fonti

Non c’è modo migliore di conoscere una persona se non vedere come vive, ciò che fa, e sentire ciò che dice. Se la persona in questione è già morta, dobbiamo affidarci a ciò che contiene la sua memoria: i suoi scritti e ciò che gli altri hanno trasmesso su di lui. Il nostro personaggio è vissuto in un’epoca in cui non c’erano mezzi meccanici per catturare le immagini, ma – forse anche per questo – si dava molto valore agli scritti. Paolo lo possiamo conoscere in primo luogo attraverso i suoi propri scritti, che già dai primi anni sono stati non solo valorizzati ma anche copiati e trasmessi con cura. Oltre alle lettere, conosciamo molte altre informazioni sulla vita e attività di Paolo grazie all’evangelista Luca, che ha dedicato a Paolo più di metà della seconda parte della sua opera (gli «Atti degli apostoli»). Cosicché, a conti fatti, quasi metà dei libri del Nuovo Testamento portano il suo nome e quasi un terzo delle pagine del NT fanno direttamente o indirettamente riferimento a lui. Questa abbondanza di materiale non è una cosa strana: le sue lettere sono il frutto (e forse neppure intero) della sua grande attività missionaria e di fondatore di Chiese (con le quali teneva contatti epistolari frequenti). Gli Atti degli Apostoli sono il frutto delle accurate indagini svolte da Luca (cf Lc 1,3) e della fedeltà con cui il primo «storico» della Chiesa riconosce il ruolo decisivo di Paolo nel processo di sviluppo del Cristianesimo primitivo.

Paolo, un caso unico

Le fonti che abbiamo ci presentano una delle figure più ricche del cristianesimo primitivo: grande missionario, e per questo fondatore di comunità, e per questo autore di molti scritti, e per questo teologo; sempre grande appassionato della persona di Gesù, che ha conosciuto non come uomo ma come Messia (Christòs) – Signore (Kyrios), e per questo mistico. Infine, per tutto ciò che è stato, martire. È possibile che nella storia della chiesa ci siano stati uomini grandi in uno o più di questi aspetti, ma è difficile trovare qualcuno che come Paolo li ha vissuti tutti insieme e con tale intensità! Paolo ci ha lasciato un documento importantissimo non solo della sua esperienza di fede in Gesù, ma anche della prima stagione delle comunità cristiane, le origini della Chiesa (ancora prima che nascessero i vangeli). Per la vicinanza storica con Gesù, per la presenza degli apostoli in quelle comunità, è normale che a quella stagione la Chiesa sia continuamente ritornata nei momenti in cui voleva rinnovarsi, capire meglio chi era e cosa doveva fare: per questo motivo gli scritti di Paolo sono sempre stati importanti in tempi di rinnovamento e di riforma della Chiesa.

… che unifica mondi e culture diverse

Nella personalità ricca e poliedrica di Paolo incontriamo una sintesi dinamica dei mondi e culture del suo tempo. E non può essere da meno, se ricordiamo la sua provenienza, la sua formazione e… la sua storia di cristiano. Per nascita e formazione apparteneva al popolo e alla religione ebraica, di cui era convinto difensore; culturalmente apparteneva alla diaspora giudaica, nel contesto culturale dell’ellenismo, di cui conosceva bene la lingua e la filosofia; politicamente apparteneva all’impero romano, di cui aveva la cittadinanza. Tutto questo era Paolo quando Cristo decise di andargli incontro sul cammino di Damasco, trasformandolo in un «prezioso strumento per far conoscere il suo nome davanti ai pagani, ai re e a Israele» (At 9,15). Da quel giorno Paolo fu prima di tutto un entusiasta di Gesù Cristo.

Vita-lettere-vita

Paolo non scrive subito dopo la sua «conversione», ma dopo molti anni di interiorizzazione dell’incontro con Cristo e dopo numerose esperienze pastorali: la predicazione di Cristo e i confronti che questa suscitava erano l’occasione per Paolo di approfondire la sua comprensione di Cristo e di chiarire il suo messaggio, applicandolo di volta in volta a situazioni e domande diverse. Nonostante gli anni trascorsi dal primo incontro, gli scritti di Paolo riflettono un entusiasmo e una freschezza incredibili, che si spiegano solo se teniamo presente che per Paolo l’incontro con Cristo era un’esperienza quotidiana, che si rinnovava attraverso il servizio missionario. Questo incontro-rapporto personale (come esperienza sempre viva) di fatto si mostra come la fonte del suo metodo missionario, di annuncio, e come il centro di gravitazione di tutte la sue riflessioni e di tutta la sua teologia. E allo stesso tempo l’esperienza pastorale è uno stimolo per riflettere sempre di più, a partire dal suo rapporto con Cristo, sulle conseguenze che la fede ha per la vita concreta dei credenti, sull’incontro tra la fede e le culture diverse. Notiamo così in Paolo un rapporto vivo tra la tradizione (il giudaismo e la fede dei primi cristiani) e la continua novità della fede che si esprime nelle esperienze della vita. In questo senso Paolo ci insegna non solo dei contenuti di fede ma anche un metodo pastorale (e di «pastorale giovanile»!): avere il coraggio di mettere in questione la propria comprensione del mistero alla luce delle domande della vita, delle diverse culture e «mode»; e, allo stesso tempo, avere il coraggio di affrontare le grandi questioni della vita alla luce dell’unico comprensivo mistero di Cristo.

Guardando più da vicino le fonti

Non possiamo certo lamentarci per la mancanza di fonti circa il nostro personaggio. Il gruppo più importante sono le lettere considerate autentiche (in ordine cronologico: 1 Ts, 1-2 Cor, Fil, Fm, Gal, Rm). C’è poi un gruppo di lettere di cui si discute la paternità, che potrebbe essere di Paolo o forse più probabilmente dei suoi discepoli. La seconda fonte è il libro degli Atti degli Apostoli, composti da Luca negli anni 80 (e quindi 30 anni circa più recenti delle lettere). Non sappiamo se fu proprio Luca a scrivere l’opera (forse soltanto le parti in cui parla alla prima persona plurale: 16,10-17; 20,5-21,18; 27,1-28,16), ma possiamo credere che l’autore si sia informato con cura sulle cose di cui scrive. Questo libro è importante per ricostruire le tappe della vita di Paolo (cosa difficile se avessimo solo le lettere), anche se per quel che riguarda la personalità gli Atti, confrontati con le lettere, ci presentano un Paolo più in sintonia con la Chiesa di origine giudaica (concretamente quella di Gerusalemme). Ciò significa che, pur non dimenticando le preziose informazioni del libro degli Atti, è meglio basarci sulle lettere per capire la vita e il pensiero dell’Apostolo di Tarso. A maggior ragione la riserva vale per le informazioni che incontriamo in scritti antichi che parlano di Paolo e che non sono stati inclusi nel canone del Nuovo Testamento (sono detti apocrifi: Gli atti di Paolo e Tecla, L’apocalisse di Paolo, Il martirio di Paolo).

È possibile avere date certe?

Sia Paolo che Luca non erano preoccupati delle date, per cui oggi non è facile sapere con certezza quando Paolo è nato, o quando è diventato cristiano, in quali anni ha realizzato i suoi viaggi e quando è morto. Tuttavia le fonti ricordano l’incontro di Paolo con personaggi importanti dal punto di vista politico, di cui conosciamo le date dalla storia romana. Nel periodo di Damasco fu conosciuto dal governatore del re Areta (2 Cor 11,23-33), che fu re dei Nabatei dal 9 al 40 d.C. Nel 49 d.C. l’imperatore Claudio obbliga i giudei a lasciare Roma, e come conseguenza Aquila e Priscilla vanno a Corinto dove incontrano Paolo. Atti 18,12-17 narra l’incontro tra Paolo e Gallione a Corinto: il suo proconsolato durò dalla primavera del 51 a quella del 52 (questa è la data più certa per un confronto tra la vita di Paolo e la storia dell’epoca). Durante il viaggio della prigionia verso Roma Paolo vive un periodo a Cesarea dove compare davanti al procuratore romano Antonio Felice (At 23,24) e, dopo tre anni, al suo successore Porcio Festo (At 25,7). La data di questa successione è probabilmente il 59. Segue il viaggio a Roma e il biennio trascorso in quella città prima della morte, probabilmente avvenuta nella capitale dell’impero. Ora leggiamo queste date della storia universale con le informazioni sulla vita di Paolo (come vediamo in Gal 1-2): chiamata-Damasco, Arabia, ritorno a Damasco; dopo tre anni visita a Gerusalemme, ritorno in Cilicia. Dopo quattordici anni va a Gerusalemme per esporre il suo vangelo ai responsabili (il Concilio di Gerusalemme di Atti 15); ritorna a Antiochia, dove si scontra con Pietro.

Un quadro cronologico di riferimento

Confrontando gli elementi a nostra disposizione è possibile tracciare un quadro cronologico essenziale della vita e attività di Paolo:
32/33 «conversione» – Damasco e Arabia (Gal 1,15s – 1 Cor 15,8)
35/36 visita a Gerusalemme e incontro con Pietro (Gal 1,18)
36-48 a Tarso; ad Antiochia di Siria; primo viaggio missionario (Gal 1,21; At 9,30; 11,25s; 13-14)
48-49 assemblea degli apostoli a Gerusalemme (Gal 2,1s; At 15); «incidente di Antiochia» (Gal 2,11-14)
50-52 secondo viaggio missionario (At 16s) - soggiorno di un anno e mezzo a Corinto (At 18)
52-55 terzo viaggio - soggiorno di due anni e mezzo ad Efeso (At 19-20)
55-56 soggiorno di tre mesi a Corinto e viaggio a Gerusalemme (At 21-23)
56-58 prigionia a Cesarea (At 23-26)
58/60? viaggio da prigioniero verso Roma (At 27)
60-62? prigionia romana (At 28) e martirio

La nascita e la morte sono difficili da datare: scrivendo a Filemone (nel 54-55) Paolo si definisce «anziano» (termine che corrispondeva all’età di 50-56 anni). Quando testimonia al martirio di Stefano (forse l’anno 32) è detto «giovane» (corrispondente a un’età sotto i 30 anni). Possiamo ritenere che sia nato nei primi anni dell’era cristiana e sia morto nei primi anni della seconda metà del primo secolo. Tra la morte di Stefano e l’arrivo a Roma trascorrono venticinque-trenta anni della vita di Paolo di cui abbiamo una rilevante documentazione. Non possiamo dire lo stesso per ciò che ha preceduto l’esperienza di Damasco e per quello che è avvenuto alla fine dei due anni di «arresti domiciliari» a Roma. Seguiamo ora i suoi passi, che ci porteranno fino al tornante che ha cambiato la sua storia e ha determinato quella del cristianesimo.

Da dove viene?

Chi è quel giovane ai piedi del quale deposero i loro mantelli i testimoni della lapidazione di Stefano (At 7,58)? Teniamo presente che se Paolo parla di sé, lo fa solo per servire la causa dell’evangelo. Luca ci parla della sua città di origine, Tarso di Cilicia (At 9,11 e 21,39), un centro importante per la sua posizione geografica (sud-est dell’attuale Turchia), per il commercio e per la politica romana. Non minore era la sua importanza culturale: accoglieva una colonia di ebrei della diaspora, che leggevano la Torà nella lingua della cultura ellenistica, il greco. Luca inoltre ci informa: sin dalla nascita Paolo era cittadino romano (At 16,37-39 e 22,25-29).

Perché due nomi?

Un segno di questo stato civile che rappresentava un privilegio di pochi sudditi dell’impero può essere il nome latino Paulos con cui egli si presenta sempre nelle sue lettere (anche se trascritto in greco). Da Luca sappiamo che aveva anche un nome ebraico, Saul, che in greco suonava Saulos (At 13,9), cosa abbastanza normale nelle famiglie ebraiche ambientate nella cultura ellenistica, ma egli non si presenta mai con il nome ebraico. Questo cittadino romano di lingua greca è cresciuto nell’ambiente di una fedele famiglia giudaica, vicina ai principi dei farisei e fortemente legata alla terra di Israele. In casa, oltre alla lingua corrente, il greco, si conosceva anche la lingua della Bibbia e della preghiera (l’ebraico). Dal padre Paolo aveva imparato il mestiere di «fabbricatore di tende», un’espressione che può anche intendersi come «conciatore di pelli», in ogni caso lo stesso mestiere di Aquila e Priscilla, con il quali lavora quando si trovano insieme a Corinto. Per gli studi, secondo le usanze del tempo, deve aver seguito in un primo tempo il corso elementare che si realizzava nella Sinagoga (la grammatica, un po’ di retorica e la conoscenza della Bibbia greca); ha potuto poi continuare gli studi, come ci informano gli Atti, a Gerusalemme, alla scuola del più famoso maestro della legge del tempo, Rabbi Gamaliele I (At 22,3): qui non solo si approfondiva la conoscenza dei testi biblici ma si imparavano anche i metodi rabbinici di interpretazione della Bibbia. In questo periodo aderisce alla corrente religiosa dei farisei, un gruppo di ebrei che si propongono di conoscere e vivere profondamente il significato della legge divina per corrispondere a quanto Dio chiede all’uomo.

Paolo era sposato?

Tenuto conto della mentalità e della tradizione ebraica, che valeva soprattutto per chi, come lui, aveva studiato a fondo le Scritture e si proponeva di viverle come buon fariseo, dovremmo propendere per il sì. Quello che sappiamo è che quando scrive la prima lettera ai Corinti non aveva obblighi matrimoniali: poteva essere vedovo o separato, senza escludere la possibilità che non si fosse mai sposato, giacché in ambiente giudaico non era totalmente sconosciuto né disprezzato il celibato. Al di là di queste supposizioni in 1 Cor 7 Paolo dice chiaramente di preferire il celibato che gli permette di dedicarsi meglio all’annuncio dell’evangelo e, a partire dalla sua esperienza, raccomanda la stessa scelta a chi non ha ancora preso una decisione di vita.

Il persecutore

Una volta conclusa la sua formazione lo troviamo ad assistere all’esecuzione di Stefano, con cui certamente concordava, perché Stefano faceva parte di un gruppo eretico che, in nome di un certo Gesù, predicava la relativizzazione della legge e del Tempio. Contro una simile minaccia il giovane fariseo passa ben presto a promuovere azioni persecutorie. Se da una parte riceveva incarichi in questo senso dai capi del giudaismo, a livello personale era più che convinto che era necessario combattere chi si allontanava dalla fedeltà stretta alla legge. Il suo zelo di fariseo lo porta ad arrestare i cristiani nelle loro case e a condurli in carcere, a farli fustigare nelle sinagoghe e a farli mettere a morte (At 8,3; 9,2).

L’evento di Damasco: una conversione?

Che cosa è successo di così profondo che ha trasformato quest’uomo da agguerrito persecutore della Chiesa a una delle figure più importanti del Cristianesimo delle origini e, attraverso i suoi scritti, di tutti i tempi? La risposta più nota è quella che anche la liturgia ci suggerisce nella festa del 25 di gennaio: è accaduta una conversione. Per capire di cosa si tratta e come possiamo comprendere questa esperienza, dobbiamo riferirci ancora una volta alle fonti che ne parlano. Nelle lettere troviamo soltanto degli accenni indiretti che Paolo fa a questa esperienza: ne parla come di un incontro con Cristo che gli ha cambiato la vita. Negli Atti Luca ci presenta questo incontro aggiungendo alcune circostanze sul dove e il come sia avvenuto e su cosa è accaduto dopo. Leggendo attentamente i passi che parlano dell’esperienza di Damasco, capiamo che occorre fare una importante precisazione. Quella di Paolo non è una «conversione», se con questa parola intendiamo il passaggio da una vita senza Dio e senza morale a una vita di fede e di osservanza del bene (perché Paolo sin da piccolo è cresciuto come uomo profondamente religioso e zelante della legge). Non è una conversione se con questa parola intendiamo il passaggio da una religione ad un’altra, riconosciuta più pura e perfetta (perché Paolo non ha mai pensato di aver smesso di essere ebreo o di aver abbandonato le sue tradizioni).
Possiamo usare allora la parola ormai entrata nella tradizione cristiana? Sì, se intendiamo per conversione quel profondo e totale cambiamento, a partire da un nuovo punto di riferimento che inaspettatamente e indipendentemente da tutto entra nella sua vita trasformandola e facendola ripartire da un nuovo inizio: questo nuovo punto di riferimento è Gesù il Cristo.

Prima di tutto una rivelazione

Negli Atti degli Apostoli i tre racconti dell’esperienza parlano sempre di una forte luce che Paolo avrebbe visto e di una voce che gli parlava. Dalla penna di Paolo i particolari sbiadiscono per lasciar trasparire, seppur in forma velata, l’essenziale dell’esperienza: «ho visto il Signore» (1 Cor 9,1); il Risorto «è apparso anche a me» (1 Cor 15,8); «Dio... ha fatto splendere la luce nei nostri cuori, per fare brillare la conoscenza della gloria di Dio, che risplende nel volto di Cristo» (2 Cor 4,6). Quello che nel racconto di Luca era la visione della luce corrisponde – nelle parole di Paolo - alla visione di Gesù, non in senso fisico e esterno, ma come comprensione interiore del suo mistero e del suo valore. Paolo usa anche un’altra immagine concreta per parlare dell’esperienza, quando dice di essere stato «afferrato da Cristo» (Fil 3,12).
Ma il testo che va più in profondità nella lettura dell’esperienza di Damasco è l’inizio della lettera ai Galati (1,12.15-16), da dove stralciamo queste espressioni: «l’evangelo da me annunziato... l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo... quando colui che mi mise a parte fin dal seno di mia madre e mi chiamò per la sua grazia, si compiacque di rivelare il suo Figlio in me, perché lo annunziassi tra le genti...». Con queste parole Paolo vuole sottolineare innanzitutto l’origine di quel fatto: si tratta di una pura iniziativa di Dio, che proviene dalla sua grazia, e non poteva che essere così, dal momento che quanto a meriti Paolo era l’ultimo dei candidati da scegliere. Parlando del contenuto dell’esperienza usa l’importante parola «rivelazione-rivelare», che ha un denso significato biblico, visto che indica l’azione con cui Dio si fa conoscere all’umanità per mezzo di interventi storici per rivelare il suo piano di amore per il bene dell’umanità stessa. È di questa rivelazione che Paolo, sulla via di Damasco, si è sentito destinatario.

Dalla rivelazione nasce la chiamata per una missione

Questa iniziativa gratuita di Dio ha conseguenze determinanti, in primo luogo per la persona di Paolo. Non dice: «rivelare a me», ma «rivelare in me»: Paolo non è solo il destinatario della rivelazione di Gesù Cristo, ma in un certo senso il luogo dove questa rivelazione si dà; la sua vita è il luogo dove pian piano Paolo impara a conoscere il Cristo, che provoca un lui un totale capovolgimento di valori, a cominciare da quelli (come la legge e le tradizioni) di cui fino a quel momento egli era zelante difensore.
La seconda conseguenza è la missione affidata a Paolo di annunciare a tutti, al di là di ogni restrizione etnica e religiosa, che le promesse di Dio al popolo di Israele si sono realizzate in modo imprevedibile e totale in Gesù, soprattutto con la sua morte e risurrezione. Paolo si sente un chiamato che per grazia ha ricevuto la rivelazione del mistero di Cristo e non può fare a meno di annunciare questo straordinario evento a tutti.
L’esperienza straordinaria di Damasco segna profondamente il resto della vita di Paolo, sia interiormente che esteriormente, fino a determinare la sua identità.
Troviamo il segno di questa esperienza nel suo modo di presentarsi all’inizio di alcune lettere: «Paolo... chiamato ad essere apostolo, scelto per annunciare l’evangelo di Dio» (Rm 1,1); «Paolo, chiamato ad essere apostolo per volontà di Dio» (1 Cor 1,1).
Egli si rifà a questa esperienza di «chiamata» anche nei momenti in cui deve difendersi dalle accuse che riceveva di non essere un apostolo autentico, o di predicare un evangelo adattato, per far piacere a qualcuno. Rifacendosi all’inizio della sua vita cristiana Paolo prova il valore della sua predicazione, visto che non ha ricevuto l’evangelo da uomini ma direttamente da Dio. Questo uso «apologetico» della vocazione ricorda i libri dei profeti e ci fa capire perché lo stesso Paolo usa immagini profetiche per parlare della vocazione di Damasco, come quando dice di essere stato chiamato fin dal seno di sua madre (cf. Ger 1,2-7).

Una vita messa sottosopra

Da quel giorno la vita di Paolo è cambiata radicalmente. Un passo di una lettera autentica ci dà l’idea di cosa ha significato per Paolo l’esperienza di Damasco e le conseguenze che ha prodotto nella sua vita: «ciò che per me era un guadagno, a motivo di Cristo l’ho stimato un danno, anzi tutto ho stimato un danno a motivo della superiorità della conoscenza di Cristo mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui» (Fil 3,7-9).
La novità della conoscenza interiore di Cristo mette sottosopra la vita di Paolo, cambiando completamente il suo modo di vedere le cose: esse non perdono il loro valore, ma al confronto di ciò che è superiore (Gesù) appaiono infinitamente inferiori!
Tra i valori che cambiano di posto al confronto con Cristo c’è in primo luogo la fede giudaica, la sua esperienza religiosa, in nome della quale perseguitava i cristiani.
Paolo non rinnega il valore del giudaismo, e del suo centro che è la legge, ma essi assumono il loro vero significato e il compimento con Cristo. Il centro della vita e della fede non è più la legge, non è più un libro, non è più la pratica religiosa, ma la persona vivente di Cristo crocifisso e risorto (Rm 10,4). Cambia il punto di appoggio, il punto di partenza della relazione con Dio: non più le opere della legge (che potrebbero far sentire la salvezza come una cosa «dovuta»), ma l’accettazione grata di una offerta di salvezza gratuita.
Paolo con la sua vita ci dà l’esempio concreto di cosa significhi non avere più debiti verso la legge (o le leggi), ma un unico «debito» con Dio, quello della carità e della missione: annunciare a tutti l’evento straordinario che libera e salva.