Vedere la salvezza

di Dio

II Domenica di Avvento - C

Luciano Manicardi

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La parola del profeta (I lettura), la predicazione di Giovanni Battista (vangelo), l’insegnamento dell’Apostolo (II lettura) sono le necessarie mediazioni della Parola di Dio. E il profeta, Giovanni Battista e Paolo sono i mediatori che svegliano il popolo alla coscienza della salvezza che Dio sta operando nella storia e lo dispongono ad accoglierla.
Per “vedere la salvezza di Dio” (cf. Lc 3,6) occorre che siano spianate le alture e colmate le valli che separano la terra della deportazione dalla terra d’Israele (Baruc), occorre che siano abbassate le montagne dell’orgoglio e colmate le valli della disperazione in un vero movimento di conversione (Luca), occorre mettere in atto il discernimento che conduce a una equilibrata visione di sé di fronte al Signore che viene (Filippesi).
In un contesto storico estremamente problematico sia dal punto di vista politico che religioso (l’occupazione romana della terra d’Israele e la situazione di degrado del sacerdozio gerosolimitano) la speranza viene dal deserto (cf. Lc 3,1-2). La storia di salvezza conosce i suoi re-inizi nei luoghi marginali, periferici, desertici, dove la Parola di Dio può trovare un uomo non distratto che lascia dispiegare su di sé la sua potenza. La purificazione della vita del popolo, la riforma della vita ecclesiale iniziano non da strategie innovative, ma da un uomo che osa lasciarsi purificare, plasmare, dare forma nuova dalla Parola di Dio. Giovanni, di stirpe sacerdotale (“figlio di Zaccaria”: Lc 3,2), diviene profeta: “la Parola di Dio fu su Giovanni”. La vicenda personalissima di un uomo che osa mettere il proprio cuore alla dura scuola del deserto viene fatta emergere accanto alla esteriorità eclatante della macrostoria (cf. Lc 3,1) e agli intrighi delle gerarchie religiose (il v. 2 fa allusione al fatto che Anna, dopo essere stato sommo sacerdote dal 6 al 15 d.C., continuò a controllare quella carica e a tenere le fila del potere religioso grazie ai suoi figli e poi al genero Caifa che subentrarono in quella carica). Carattere deprimente della situazione storica e squallore della “politica ecclesiastica” non distolgono Giovanni dall’abitare nel deserto per accogliere la Parola di Dio e vivere la propria conversione. Certo, questo significherà che la parola della sua predicazione sarà a lungo un far risuonare la sua voce nel deserto, nel nascondimento, nella marginalità, ma il lavoro operato dalla Parola di Dio su di lui lo renderà capace di chiedere poi conversione e di indicare ad altri la via per arrivare a vedere la salvezza di Dio.
E le condizioni che ostacolano la visione della salvezza di Dio non si situano solo fuori di noi (situazione politica o ecclesiastica), ma anzitutto in noi. Monti da abbassare e burroni da riempire hanno una valenza simbolica (cf. Is 2,12-18) e ricordano al credente che il troppo alto e il troppo basso, l’orgoglio e l'io minimo, l’esaltazione e la depressione sono condizioni di accecamento. Sia il farsi un’immagine troppo alta di sé (cf. Rm 12,16), sia lo svalutarsi sconsideratamente (cf. Mt 6,26; Lc 12,24) nascono da uno sguardo così ripiegato su di sé che non sa vedere il Signore e la sua azione. Si tratta insomma di preparare nel proprio cuore una strada al Signore: del resto, la stessa azione di rendere diritto (vv. 4.5 cf. Lc 3,4-5) ha valenza simbolica e mira alla rettitudine del cuore (cf. At 8,21) necessaria per vedere la salvezza di Dio. O, se vogliamo, mira alla purificazione del cuore necessaria per vedere Dio: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
La conversione appare così come la responsabilità che il credente ha nei confronti della Parola di Dio ma anche di “ogni uomo” (Lc 3,6: lett. “ogni carne”): la mia non-conversione ostacola anche l’altro a vedere la salvezza di Dio, mentre la mia conversione è già narrazione della salvezza che Dio opera. La conversione è dunque una preparazione, un essere pronti per il Signore, per la sua venuta: “Siate pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate” (Lc 12,40). L’esortazione diviene per noi, necessariamente, domanda: siamo pronti?